La casa era anche più triste della sera: lunghi brividi passavano per la campagna.
Non vi è ora più mesta del tramonto per coloro che non sanno ove andare.
Il pensiero dello scrittore fuggiva lontano per quell'ombra verso la spiaggia oscura, alla quale correva in quell'ora il duca degli Abruzzi. Perchè questo principe giovane, quasi bello, aveva voluto esulare dal mondo, mentre la primavera raggiava tutta intorno di sorrisi, e le donne gli apparivano ancora dentro l'incanto del desiderio? Quale profondo dolore, quale eccelsa gioia gli aveva detto la propria irresistibile parola? Era partito per tornare, o come Andrée cercava al polo la bellezza segreta di una morte lungi da ogni volgo? Certamente per i suoi compagni l'avventura non aveva altra seduzione che l'originalità dei rischi e l'ammirazione della gente, alla quale ogni grandezza diventa spettacolo ed ogni grand'uomo un attore; ma difficilmente la vanità dell'applauso basta a destare in un'anima la passione di Prometeo. I capitani delle inverosimili conquiste, gli argonauti dei mari misteriosi, tutti i profanatori del secreto, che ricinge la nostra vita, si sentirono nelle lunghe ore della preparazione sospingere dal soffio gelato della morte; l'amore stesso l'invoca nel delirio supremo e, mentre le fiamme dissolvono la sua ultima impurità, vorrebbe vanire nella pura luce bianca dell'empireo.
Ma forse il duca non volle salpare che verso la gloria più lontanamente difficile agli occhi di tutto il mondo.
Nel suo cuore di soldato ferveano profonde ed eroiche le memorie degli avi discesi come uno stormo di falchi dalle torri di Morienna su le valli alpine a ghermirvi ferocemente corone marchionali e principesche: e poichè nella prosaica vita moderna nessuna bella avventura è concessa alla fantasia di un principe, cercò al di là di ogni confine, nel mistero del polo, la più intrepida ed inutile delle umane conquiste. Già con pochi compagni un anno prima aveva valicato l'Atlantico per salire la cima dell'Alaska, un immenso cono di pietra e di ghiaccio, indarno tentato dalle più temerarie superbie di America, senza altro scopo che di respirare lassù, dove nessun uomo aveva ancora respirato, piantandovi, simbolo effimero di trionfo, la bandiera antica dei Savoia. Ma il polo l'affascinò. L'esploratore Nansen, reduce dal più ostinato e fortunoso dei viaggi verso l'irraggiungibile meta, gli apprese in lunghi racconti tutte le meraviglie di quel mondo, nel quale la notte è così simile al giorno, e il silenzio così puro sull'immacolato candore del ghiaccio.
Tutta la nostra vita finisce lassù: nessuna traccia vi significa l'immensa tragedia del nostro pensiero; la natura stessa vi si nascose dentro una armatura di cristallo, sulla quale la luce si rompe in baleni silenziosi.
Tratto tratto l'armatura si fende e un'acqua scorre fra vitree pareti, che tosto un soffio più gelato rinsalda con un fracasso di macigni lanciati da una catapulta su muraglioni frananti. Qualche orso più bianco di quella solitudine vi erra come un fantasma dentro un sogno, raddoppiandone il mistero. Come vivono gli orsi lassù? La loro fame per quanti di quei crepuscoli senza giorno e senza notte si allunga? Che cosa cercano sulla immensa lastra di quel deserto? Talvolta fra le spaccature dell'immenso specchio appare una foca dalla faccia rotonda di donna, battendosi con ingenua civetteria le larghe e brevi mani sul ventre, mentre guarda coi grandi occhi buoni, che sanno anche piangere.
Tal'altra una procellaria, messaggiera misteriosa, passa come un soffio e dilegua. Dove? Che cosa vi è al polo? Lo ha essa attraversato? Il polo non è una tentazione che per noi, e, come tutti i misteri, rivelandosi non ci toglierà che una illusione: non importa. Meglio lassù a fianco dei cani, che tirano le slitte cariche delle ultime provvigioni per quella landa rotta da canali, sbarrata da trincee di ghiaccio, respirando un'aria a cinquanta gradi sotto zero, colle lagrime incastrate dal gelo negli occhi come i dannati della Caina, che qui nel verde insopportabile di questa valle, senza amore, senza gloria, nell'ozio del pensiero, nel deserto della propria anima!
Io pure sognavo, mio principe, di venire con voi.
Tutta una notte di questo inverno il mio spirito aveva gridato dietro Andrée, l'eroe bello, volato a quel medesimo polo, cui vorreste giungere coll'industre coraggio e colla instancabile pazienza del pellegrino; ma scrivendo pensavo a voi, come all'amico atteso tutta la vita per compierne finalmente l'ultima solenne giornata. Prima di voi, meglio di voi, avevo rifatta col pensiero la strada di tutti coloro, che vi si erano perduti o n'erano ritornati: sempre, ne' miei giorni più vuoti e nelle mie notti più lunghe, erravo per quella solitudine senza cercarvi una meta. Se per la fede di quelle pagine, che non leggerete, mi aveste detto: — Venite, siate l'aedo della mia nave — forse nel tremito della riconoscenza vi avrei confessato la menzogna. Non ho saputo essere il poeta di Andrée, non potevo diventare il vostro: bisogna credere alla bellezza della vita perchè l'amore ci ascolti, o almeno a quella della morte perchè la gloria ci risponda. Io non sono un poeta, non ho più nell'animale speranze che cantano, non mi veggo più dinanzi i fantasmi che insegnano la strada.