CHECCO
Erano venuti a chiamarmi nel piccolo caffè.
— Checco, il suo falegname, si è ammazzato bevendo un bicchiere di vetriolo!
Corremmo fuori nella notte oscura e piovigginosa. Parecchi capannelli si erano già formati nel breve viale delle acacie e parlavano sommessamente; alcune donne erravano di gruppo in gruppo; laggiù dinanzi alla casetta illuminata dal raggio obliquo dell'ultimo fanale la gente si addensava.
Per la scala dritta ed angusta uomini, donne, fanciulli si strinsero al muro silenziosamente per lasciarmi passare, mentre dall'uscio aperto della cucina usciva un confuso rumore di voci e di passi.
Egli stava nell'altra stanza rattrappito sopra una cassa nera, col volto schiacciato quasi nel muro per sottrarsi alle insistenze del medico e della vecchia madre, che volevano fargli trangugiare un bicchiere tutto bianco di una spuma vischiosa. Vidi subito che si teneva strette convulsamente le mani sullo stomaco.
— Ah! lei, — esclamò il dottore, levandosi il capello, per venirmi incontro colla solita rispettosa cortesia.
Lo guardai negli occhi: egli ammiccò come per dire:
— Spacciato! —
Intanto la vecchia, quasi distesa sul figlio, guaiva sottilmente, tirandolo per le spalle perchè si voltasse.