— Ecco — esclamò abbassando paurosamente la voce: — mi ha detto di portarla domani mattina all'esattore; ci guardi lei. Checco è sempre stato un galantuomo. —

Era una lettera scritta a matita sopra un pezzo di carta turchina piegato alla meglio.

— Vi sono i suoi debiti, e poi tutti quelli, che ha dovuto fare per le tasse della casa: sono sei mesi che non paghiamo più le tasse, ci porteranno via la casa. —

Non sapevo che rispondere: quelle poche righe tracciate da una mano tremante ed inesperta non spiegavano nulla. Vi potei appena leggere qualche cifra e qualche nome.

— Vedrà, vedrà che ci porteranno via la casa, adesso. —

Egli medesimo infatti mi aveva più volte parlato di questa paura, la più crudele di tutta la sua vita dopo che la dote data alla prima sorella lo aveva costretto a mettere una ipoteca su quel tugurio: poi i debiti erano naturalmente cresciuti sino a rendergli impossibile di pagare anche la piccolissima tassa. Benchè sapessi tutto questo da gran tempo, n'ebbi una nuova dolorosa impressione.

— Intanto Checco morirà!

— Speriamo di no — risposi senza un motivo.

— Chi lo sa!? Gli altri otto sono morti uno per uno — seguitava con voce fischiante, mentre una smorfia simile ad un riso pazzo e silenzioso le stirava il viso: — noi poveretti dobbiamo morire come le mosche dal freddo; anche il mio uomo è morto così, poi Natalino, Palita... Che cosa è stato? Se Checco non beveva quel mezzo bicchiere, poteva stare qui in casa sua: invece ci porteranno via la casa, ugualmente. —

Uno scoppio di pianto senza lacrime l'arrestò, ma in quel medesimo istante udimmo Checco scendere dalla cassa e camminare.