L'altro rimase interdetto.
Ricademmo in silenzio, il moribondo si era messo il piatto del ghiaccio a fianco del cuscino e ogni tanto se ne cacciava un pezzetto in bocca tenendo sempre gli occhi socchiusi. Doveva soffrire orribilmente, ma resisteva. A un tratto sporse la testa dal letto fra uno schianto di tosse simile ad un urlo, e vomitò finalmente una bava nera lunga, che non gli si poteva staccare dalle labbra e colava adagio verso terra.
— È lo stomaco, — mormorò il dottore.
Io mi ero alzato per sorreggere quella testa diventata fredda quanto il ghiaccio: poi tutta la pelle gli si cosparse come di una rugiada, mentre colle mani seguitava a raspare sulla coperta. Ansò lungamente.
Quando si riebbe, la sua fisonomia era nuovamente mutata dentro un pallore di vetro sporco: mi riaccostai per pulirgli il mento col fazzoletto.
— Si è tutto sporcato, badi, — mi disse poco dopo con una tenerezza nell'accento, che mi fece male, perchè la sua faccia rimaneva immobile come una maschera.
La vecchia e le bambine circondavano il letto, don Giovannino era uscito in punta di piedi, mentre il dottore sembrava aspettare un altro sforzo di vomito.
Invece Checco si riadagiò sul cuscino, cercando di spianarvi la testa per dormire. Mi pareva una cosa impossibile, ma credetti d'indovinare il perchè di quel tentativo.
— Lasciamolo riposare: voi potete andarvene a casa, dottore: resterò qui io.
— Perchè vuol rimanere solamente lei?