— Qualche ora forse. —
Questa mattina mi ha raccontato la sua morte.
— Ne ha vomitato, ne ha vomitato di quella roba nera! Ma non si lamentava, ha capito sino all'ultimo.
— Che cosa diceva?
— Niente..... poi si è voltato verso il muro, e ha finito. —
IL MARITO CHE UCCIDE
L'illustre attore Ermete Zaccone mi ha chiesto un monologo: glielo ho mandato; ma, siccome non lo reciterà, lo trascrivo qui.
Ella è ancora lì dentro (indicando la porta a sinistra), certamente senza fare nulla, ma nemmeno oggi verrà a passeggio. Se glielo chiedessi implorando, sarebbe sempre la stessa risposta, sempre quello sguardo fisso, enigmatico, che io solo intendo. Che cosa vede ella in me? Eppure non era presente allora... Arrivò dopo, mentre guardavo quell'altra per terra, ma il sangue non le usciva ancora dal busto; soltanto nello sforzo, che ella fece per alzarsi, vidi sul pavimento alcune gocce rosse, rotonde. Anche in quel momento io vedevo... Non è vero che, commettendo certe cose, si perda la ragione: si vede, si capisce, si vuole come nemmeno ce ne saremmo creduti capaci. È un'altra cosa: pare quasi che una seconda anima si levi in noi, penetrando violentemente, con un'altra logica, nella nostra solita ragione per condurci dritti, inflessibili ad un'altra meta senza nome.
Perchè feci così? Ci avevo pensato prima? So almeno adesso di averne avuto il diritto? Questo solamente so, di avere tutto capito, tutto voluto, con una lucidezza, con una giustizia, nella quale il mio sacrificio non era meno intero del suo.
Anche adesso che ella mi ricompare sul volto di Livia, adesso che sono più solo di lei nel sepolcro, la mia vita e il mio spirito non hanno altro ricordo.