Mio padre e mia madre non mi amavano, benchè fossi figlio unico: ero un fanciullo malinconico, caparbio, che soffriva già dell'essere povero, e al quale ogni più piccola ingiustizia faceva un male profondo. Me ne ricordo ancora: non bisognerebbe essere così. La mia vita somigliò apparentemente a quella de' miei compagni sino al giorno che la vidi, lei bianca, superba, povera come me, quantunque nata di una migliore famiglia, sdegnosa e sdegnata della vita, che la circondava. Mi parve che qualche cosa di sonoro, di lampeggiante, mi avviluppasse; provai come un senso di essere arrivato... Dopo ho dovuto pensare per molti anni a tale momento senza potermelo spiegare... L'amavo io seriamente, era lei, la donna che dovevo amare, o piuttosto non era ella stata per la mia anima che un motivo fatale, una di quelle rivelazioni, nelle quali scopriamo noi stessi? Allora me la sentivo dentro il cuore, come anche adesso mi sento il cuore nel petto; non mi suiciderei se lo strappassi? Mi sono suicidato così uccidendola.

Ero quasi arrivato colla mia prima impresa d'ingegnere alla ricchezza: vivevamo soli; anche lei figlia unica era sola, giacchè sua madre aveva sposato in seconde nozze un giovane impiegato nelle miniere di Cesena. La nascita di Livia non aveva modificato i nostri rapporti: io l'adoravo sempre così ciecamente, con quella passione di amante, che non deve capire per durare. Diventando padre s'impara di essere marito; io ero sempre l'amante. Ella invece rimaneva chiusa in se stessa: si era fatta più bella e pareva felice, ma i suoi occhi in certi giorni mi guardavano così freddamente che mi sentivo diventare uno straniero davanti a lei. E allora mi si rinnovava nel fondo del cuore quella sofferenza di coloro che hanno durato troppo nella miseria, quel dubbio di se stessi, della propria inferiorità, che pare un presentimento di nuove miserie. Io non avrei voluto che amare, essere amato, niente altro che essere amato come tutti lo sono da qualcuno nella vita: ma forse è anche questa una vana pretensione.

Ella povera mi aveva sposato povero, e io l'avevo già fatta quasi ricca: perchè dunque sposarmi? Lo sanno nemmeno le donne perchè si sposino? Passano dal convento al matrimonio col primo sconosciuto senza curarsi di riconoscerlo: e dopo?

Tradiscono? Mutano solamente? O sentono di andare incontro alla verità amando, e dimenticano intrepidamente tutto?

Ella diventava ogni giorno più imperiosa e più bianca.

La sua bellezza non era di quelle che la gente vede: bisognava intenderla per subirla. Talvolta aveva dei trascoloramenti, delle illuminazioni, dalle quali la sua fisonomia usciva come da un velo: in altri momenti me la sentivo passare sull'anima come, di primavera, certe emanazioni mattinali della terra ci passano sul volto, e per un minuto ce lo fanno ritornare giovane.

La mattina del suo ultimo onomastico, porgendole il solito regalo, le chiesi sorridendo se amava più Livia o me.

— Ma Livia! — rispose col suo sguardo freddo; — non vedi come mi somiglia? —

Infatti è tutta lei, così bianca, superba, bionda, con un sorriso anche più enigmatico, con uno sguardo anche più fisso: non mi ama, nessuna delle due mi ha mai amato. Ecco il mio torto, l'inferiorità, che nessun codice può togliere. Che importa il matrimonio? La società, Dio, impongono di amare, e il cuore non ama: allora la legge diventa tirannica, e la tragedia si compie. Perchè? Vi è un perchè?

Ella morì col proprio segreto: forse avrei potuto indovinarglielo sul volto nel primo momento della sorpresa, se la mia anima fosse stata davvero presente a se stessa... invece non si può, si sente che tutto vi crolla dintorno, si ha la coscienza di quanto si sta per fare, ma non è possibile analizzare gli altri.