— Mamma, mamma! —

— L'assassino! — urlava la serva fuggendo.

Uscii che le scale erano già piene d'inquilini per andare alla questura colla rivoltella in tasca: non avevo che una idea dinanzi: ella era morta.

Il mio racconto fece poca impressione al delegato, che mi domandò subito chi fosse quel signore. Io non potevo rispondere, ma sentii che vi era una intenzione cortese in quella parola «signore». Ero esaurito. La notte dormii prima di avere riordinato le mie idee; la mattina, svegliandomi, fui sorpreso io stesso della mia calma; non avevo rimorsi, io che non ho mai potuto far soffrire alcuno, non soffrivo dell'aver ucciso. Quell'altro mi rimaneva indifferente.

Poi seppi che la vecchia zia Matilde aveva ricoverato Livia. Ci vollero molti giorni prima che m'interessassi di lei e di me stesso, malgrado gli interrogatorii col giudice e col cancelliere, che mi sembravano seccati del mio caso. Da una frase capii che sarei assolto, e che consideravano quindi come inutile tutto quel lavoro; ma avrebbero anch'essi voluto sapere chi era quel signore. Gualtieri, il mio compagno di scuola, volle che lo scegliessi fra gli avvocati, che mi si profferivano allettati dalla teatralità della causa: però nemmeno a lui dissi più che al giudice, perchè sentivo di non poter essere compreso. Avevo fatto di quella donna la mia vita, ella lo aveva acconsentito: era mia appunto perchè sarei morto per lei in qualunque momento, per qualunque ragione. Ella doveva dunque dirmelo prima, e mi sarei ucciso: mi aveva tradito, avevo diritto di ucciderla.

Ma ciò era inintelligibile.

Nel processo parlai poco. Conoscevo un giudice e parecchi giurati, anch'essi mariti come me, ma lo sapevano e sopportavano; quindi assolsero in me un coraggio, che forse non avevano avuto, e segretamente stimavano grande. Di tutto il processo non mi rimase che l'impressione di un fatto assurdo. Poi, al momento di uscire dal portone delle assisie, ebbi una sensazione violenta di dolcezza, mentre la gente mi guardava con una simpatia, nella quale indovinai una diffidenza. Ero stato assolto, ma per loro ero un assassino.

Da quell'istante cominciò il martirio.

Tornai solo nella mia casa vuota, perchè anche la serva si era licenziata, e non avevo voluto lasciar salire con me Gualtieri, troppo felice del proprio trionfo. Le tracce di lei erano dappertutto, solamente nel salotto mancava la tenda bianca. Scappai di casa: quando mi trovai davanti a quella della zia Matilde, non avevo più forza. Per fortuna non incontrai alcuno sulle scale, respinsi la zia Matilde, che mi aveva aperto, e corsi colle braccia spalancate a Livia.

La fanciulla gettò un grido di terrore, che mi arrestò.