L'Anna aveva riaccompagnato Giorgio dal sarto, ammonendolo di essere più buono, adesso che per contentarlo ella dovrebbe lavorare due ore di più tutte le notti. E l'Anna, che era nella effusione sentimentale del benefizio, seguitò a parlargli del presente e del futuro, stringendogli la manina, che teneva fra le proprie, con tale emozione, che egli stesso ne fu preso, e si mise a piangere silenziosamente a testa bassa.

— Andiamo, andiamo — borbottò tutta confusa di abbandonarsi così per strada, e di avergli fatto troppo sentire il peso della nuova grazia. Ma Giorgio rialzò la testa, e guardandola cogli occhi lagrimosi:

— Imparerò io, non dubitare — le disse con accento vibrato.

Quel giorno stesso il sarto avendolo licenziato mezz'ora prima, Giorgio si cacciò a corsa per strada, ed arrivò ansante alla porta di Gaspare: era socchiusa, la spinse, e si fermò nel mezzo della saletta male illuminata dalla luce sporca del cortile. La differenza di temperatura e di atmosfera lo destò da quel sogno, e stava già per sottrarsi non visto e vergognoso, quando l'uscio della cucina si aperse, e Gaspare gettò una forte esclamazione:

— Cosa fai lì, brigante — gridò indovinando di già a mezzo, ed ingrossando la voce per ischerzo.

E si avanzò verso di lui.

Giorgio vedendolo avvicinarsi così minacciosamente, con una calotta nera sulla testa, dalla quale gli sfuggivano agli orecchi due ciuffi grigiastri di capelli, il collo avvoltolato in un fazzoletto nero, tutto il corpo dentro un antico soprabito, che gli si drappeggiava sinistramente su quella magrezza di spettro, ebbe un fremito nell'anima.

Egli non capiva ancora la bontà di quella faccia grottesca coi baffi dritti a spazzola, e due occhi cilestri, già appannati dalla vecchiaia, che fra quelle sopracciglie parevano due viole nell'ombra e negli spini di una siepe.

— È troppo presto: sarai già scappato di bottega, birichino?

— No: il padrone mi ha mandato via prima.