— Mai; avvezzati l'abito addosso, se no domani sera parerai impacchettato.
Giorgio uscì trionfante, e l'Anna si buttò sul letto piangendo.
Si sentiva morire! Un gran bollore di sangue le montò dai polmoni con una nausea calda: potè appena nello spasimo afferrare il vaso da notte, e lo empiè mezzo. Un pallore cinereo le si diffuse sotto quel rosso ecchimosato dell'erpete, e le fe' una fronte di morta. Ricadde sull'origliere. In un mese la tisi, aiutata da quell'atroce lavoro della macchina, l'aveva uccisa senza uno scoppio di tosse. Anna lo sapeva. Era notte, il lume a petrolio ardeva sul tavolo: la camera era quieta, fuori la strada silenziosa. Allora le parve di non essere più nel mondo, e un pianto a goccioloni le cadde dagli occhi, mentre l'anima costernata le si sdraiava in fondo alla coscienza come dentro al sepolcro. Riassunse tutta la propria vita con uno sguardo, una vita grigia e taciturna, di lavoro automatico, in una stamberga, in fondo ad un quartiere abbandonato, dirimpetto ad un muraglione, che le toglieva ogni prospettiva. Ella non aveva vissuto, non aveva avuto nè mamma nè babbo, non aveva visto nulla, nè posseduto nulla. Era calata lungo la corrente dei propri giorni, come per uno di quei fossi metà ignoti e metà sotterranei: adesso il fosso era secco, e sovra i margini del suo pantano nemmeno un fiore agonizzava. Poichè non aveva avute speranze, non aveva rimpianti. Il sepolcro era per lei un'altra camera, in un quartiere abitato da gente ignota, perchè nessuno è più ignoto dei morti. Così il crepuscolo della sua giornata tramontava nella notte, e l'ombra dei suoi giorni si perdeva nella eternità. Tutto questo era giusto, ma era stato altresì inutile. Ella, che non aveva parenti, era senza santi. Però in quell'infinita oscurità dell'indomani, che le si diffondeva già intorno, e in quell'ultimo dolore del corpo singhiozzava con tale passione, che quel dolore da solo non avrebbe potuto produrre. E, cercando spasmodicamente colla testa dove riposarla, girava gli occhi nella curiosità desolata dei moribondi!
Anna aveva dunque vissuto?
Poi nel fosco e freddo paesaggio del passato distinse qualche sprazzo di luce, qualche angolo fiorito: un uccello cantava da una siepe, un sorriso balenava da una pozzanghera. Poi arrivavano rumori di festa, e la gente cominciava a passare; uno si era fermato, mentre il sole irrompeva con tutta la potenza del proprio incendio. Quindi il sole impallidiva, e passava altra gente: erano donne e bambini, sorrisi e sarcasmi, grida e chiacchierii; una monotonia inesauribile di attività minute in una immensa società misteriosa.
Anna aveva dunque vissuto?
Bisognava morire. Ma perchè soffrir tanto? In ultimo la vita si divide; una metà guarda indietro: cosa faranno coloro, che lasciamo? Una metà guarda innanzi: dove andremo noi, che partiamo? Ella pianse, poscia il dolore le si calmò in una specie di sonnolenza. Non dormiva; il silenzio della camera le pesava sul respiro, la fiamma del lume a petrolio le bruciava nel petto. Le pareva impossibile di poter confessare: ho vissuto! e subito dopo morire. In quel momento ella sentiva come non mai prima la poesia irresistibile della vita e del moto. Voleva essere in due anche lei, perchè tutti sono in due nella vita, la sposa ed il marito, la madre ed il figlio. Ella invece, avendo dovuto esser sola, non era mai stata nulla. Quindi il mistero del mondo si complicava del suo piccolo destino, il dramma eterno della vita colla sua effimera tragedia. Perchè dunque non aveva mai potuto amare ed essere amata? Tutte le forme dell'affetto le si erano perciò agglutinate mostruosamente nella coscienza: aveva ancora le tenerezze della bambina, le simpatie della giovinetta, le affezioni della ragazza, le passioni della donna; poi tutte le soavità dell'amicizia e gl'impeti dell'amore, le idolatrie della madre, e le bramosie della sposa, gli entusiasmi della vergine, e le gelosie della ganza. Ella, che aveva vissuto tanti anni così calma, credendosi quasi una donna dell'altro mondo, cominciava a comprendere di essere come tutte le altre. Perchè dunque morire? Perchè aveva dovuto suicidarsi con quel lavoro della macchina? Perchè le avevano fatto inghiottire tutte le amarezze, e adesso le facevano sputare tutto il sangue? Perchè dunque c'era Dio?
Morire, abbandonare Giorgio nel mondo senza esperienza e senza aiuto!
— Giorgio! — mormorò fiocamente spalancando gli occhi e avventando come un grido in faccia ad un invisibile interlocutore.
Giorgio non venne a casa che tardi, ella lo sentì, ma finse di dormire. Il ragazzo rimase due minuti a guardarla con una tenerezza piena di apprensioni, e andò a coricarsi in cucina. L'indomani Giorgio era invitato da Gaspare; passò la giornata fuori.