Benchè si sentisse molto male, l'Anna si era alzata per non scoraggiarlo: vegliò al suo abbigliamento, e, appena sola, tornò a letto. Contro tutte le istanze di Gaspare stesso aveva rifiutato di assistere al concerto, prestando per suprema ragione la mancanza di un vestito adatto. Fu l'ultimo giorno. Lo sfinimento di tutte le forze le dava la rassegnazione dell'impotenza. Quindi scrisse una lettera, che era il suo testamento, se la nascose sotto il capezzale, e ricoricandosi disse con un mesto sorriso le stesse parole di Byron:
— Adesso dormiamo.
La finestra era socchiusa: il gatto era scappato fin dal gennaio dietro una misteriosa avventura di amore, il canarino era morto coi primi freddi dell'anno.
Ella se ne ricordò, e il malinconico destino di quel povero uccello, vissuto sempre in gabbia, che non aveva conosciuto nè la patria lontana, nè la nuova dove avevano trasportati prigionieri, chi sa da quanti secoli, i suoi avi, le parve pieno di triste affinità col proprio. Anche il canarino non aveva avuto nè nido nè figli: perchè dunque era vissuto?
Dopo una lunga meditazione, nella quale si rimproverò di essere stata la sua carceriera, se ne distolse susurrando:
— Beh! tanto è finito.
Non ci pensava: tutto le moriva in cuore, anche il problema della vita. Allora ebbe un letargo, era già morta.
Passarono molte ore, poi si destò come ad un richiamo.
— Il concerto?!
Erano circa le sei della sera.