D'improvviso tutto quell'egoismo dell'agonia svanì, e rientrando precipitosamente nel mondo vi riconobbe tutti i viventi. Fu un tumulto. Il concerto, Giorgio, il suo trionfo, l'amore di madre e di donna, che gli portava e che sembrava già morto, tutto rifulse in quell'ultimo crepuscolo. Rivide Giorgio, e le parve di abbracciarlo stretto per portarselo nella eternità. Ma in quell'abbraccio si sentì mancare il respiro: le mancava davvero.
Allora colla ostinazione e l'avvedutezza dei moribondi si stese sul letto, e vi rimase cercando di raggranellare tutti gli atomi delle proprie forze; fece una provvista di aria e di pensiero, stette ancora chi sa quanto così; quindi lasciandosi scivolare dal letto con una circospezione indefinibile, adagio, a passi insensibili per consumare meno energia, arrivò al tavolino.
Voleva scrivergli una lettera.
Quando sentì di riuscirvi, mise un sospiro di gioia, la più intensa di tutta la sua vita. Era quasi felice nel sentimento poetico della propria morte: un chiarore di aureola le imbiancava il volto.
Scrisse un pezzo, poi chiuse la lettera, e, sorridendo come una bambina, tornò a letto.
— Ora è proprio finita.
Ma poco dopo intese aprire violentemente la porta; Giorgio entrò rosso ed ansante.
— Fra un'ora incomincia — esclamò —. Sono scappato, volevo vederti.
Ella, che non capì quella curiosità affettuosa, le diede un significato tragico.
— Non aver paura, morirò dopo — disse con voce quasi insensibile.