Alle undici il rumore di un fiacchero, che si fermava alla porta, salì: poco dopo Giorgio rientrava col violoncello in una mano, e il fiammifero nell'altra. Era raggiante, si accostò premurosamente, ma udendo il suo piccolo respiro rantoloso, e vedendole gli occhi chiusi, non osò chiamarla. Anna si teneva con una mano il lenzuolo sulla bocca, l'altra le pendeva abbandonata lungo la sponda del letto.
Stette così infra due di narrarle tutto, le sale, il pubblico, la propria paura, poi i primi applausi, applausi sempre, un trionfo, una demenza, i signori che gli stringevano la mano, le signore che lo guardavano cogli occhi inumiditi: e Gaspare, il suo padrone, il sarto che era venuto in camerino a dargli un bacio e a dirgli che gli regalava il vestito. Ma l'Anna aveva gli occhi chiusi, e il suo piccolo respiro rantolava insensibilmente fra le fila del lenzuolo.
Giorgio guardava sempre col fiammifero, riparandolo coll'altra mano. Appoggiò il violoncello alla testiera del letto come per farle capire, se si destava, di essere tornato, e sulle punte dei piedi andò in cucina.
Era così affaticato da tutte quelle emozioni, che si addormentò.
Quando si svegliò la mattina, era solo.
L'Anna era morta; non aveva più il lenzuolo sul volto, ma il lenzuolo era macchiato di sangue.
* * *
Gaspare aveva ospitato Giorgio.
Sciaguratamente la lettera trovata sotto il capezzale dell'Anna non giovò a nulla; alcuni parenti lontani s'impossessarono dei pochi mobili, senza che si trovasse un avvocato per difendere la causa dell'orfanello. D'altronde nè Gaspare nè Giorgio insistevano; questi si portò via i panni, la musica, il violoncello, ed entrò con Gaspare nell'orchestra sotto il solito direttore; poi un impresario gli offerse di fare un viaggio per l'Italia e per l'estero dando concerti. Giorgio accettò con entusiasmo. Però i loro conti fallirono quasi interamente. Quindi da Venezia, la terza stazione del pellegrinaggio, entrarono in Germania già decaduti dalle prime pretensioni, fermandosi in tutte le città, e adattandosi alle esigenze della speculazione per fare quattrini. Se non che quella vita, tanto sognata, finì presto per mortificargli, colla passione della musica, la squisita sensualità artistica. Ogni giorno si faceva più malinconico, non parlava, ricusava tutte le sollecitudini dell'impresario, il quale per tenerlo allegro avrebbe voluto visitare i luoghi dove transitavano. Invece di passare come uno straniero poetico e fatale incantando la gente, e lasciandosi dietro una lunga commozione di ricordi, si accorgeva di non essere che un povero ragazzo in mano ad un mercante, il quale lo faceva suonare negl'intervalli delle commedie in tutti i teatrucoli, e, urgendo il bisogno, gli avrebbe fors'anche imposto le birrerie. Fortunatamente l'impresario, una natura di boemo, metà speculatore e metà dilettante, che aveva vissuto la più strana vita di avventure, si compiaceva troppo nella mobilità di quel vagabondaggio per pensare molto a sfruttarlo. Quindi trattava Giorgio da camerata, dandogli volta per volta pressochè la metà vera dell'incasso; e mentre egli la spendeva il più presto possibile in bagordi, ai quali aveva la prudenza di non invitarlo, per non compromettergli la salute, Giorgio la riponeva quasi integralmente.
La sua sola e grande spesa erano i vestiti e le biancherie; voleva scendere ad un albergo più che decente, arrivare e partire sempre dal teatro in carrozza. Ma sebbene fosse oramai un uomo, era ancora vergine o quasi, giacchè l'attività incessante dell'anima gli produceva come un'inerzia nei sensi. Vestiva di nero, come gli aveva consigliato l'Anna, e, unico malvezzo della professione, portava i capelli in una pioggia di riccioli sulle spalle, i quali gl'incorniciavano romanticamente la magnifica testa, fine nella bocca, altera e quasi brusca nell'altezza e nella convessità della fronte. Una lanuggine trascurata gli metteva un pallido color d'ambra sul pallore quasi cereo delle gote, che un largo cerchio turchino sotto gli occhi solcava con una patetica espressione di malattia. L'impresario, sui cinquant'anni, aveva ancora tutta la giovinezza ostinata di certi dissoluti, e si ubbriacava di donne e di vino, trovando sempre, diceva lui, il manico, pel quale pigliava le cose e le persone. Ma se acchiappava non sapeva tener stretto, e peggio s'innamorava tuttavia come un fanciullo. A Gratz si legò con una serva di birraria, bella ragazza, bionda come Giorgio, e che Giorgio detestò quasi subito. Quindi una rottura. Giorgio, che s'accorgeva di non ricevere più la metà degli incassi, disgustato da quella facilità di amori, se ne lagnò aspramente con lui; la servetta volle interloquire ad insolenze, e l'impresario fidandosi sulla propria superiorità di guida, che sa la lingua del paese, con un ragazzo abbandonato, inesperto e quindi nella impossibilità di ribellarsi, sbraveggiò. Giorgio allora lo guardò con disprezzo, avvertendolo che si sarebbero separati.