— Voi? Non trovate neanche la stazione per andarvene, povero coso!
Giorgio gli voltò le spalle senza dir altro.
La mattina per tempissimo, colla prima corsa, partì; ma, ancora fanciullo, nel timore di essere inseguito, invece di ritornare, proseguì verso Vienna. Rimase due giorni nascosto in un piccolo paese; quindi diede volta per l'Italia. Rivide Venezia, tutto il Veneto, a piccole tappe, senza aprir mai la cassa del violoncello; e si trattenne a Milano. Da Milano discese a Firenze, gironzolò per tutta la Toscana, finendo per fermarsi a Scarperia sotto l'Appennino. L'incantevole paesello lo innamorò, non era ancora la primavera: i monti bianchi di neve si alzavano a picco, prolungandosi indefinitamente come un muraglione che dividesse due mondi. Era un paesaggio severo ed aggradevole, romito e gentile. Una mattina entrò in una piccola osteria, a mezza strada, fra il paese e la montagna. La strada vi faceva un gomito, e a poca distanza una casetta nuova, con dinanzi due aiuole ed una cancellata di ferro, sorgeva in mezzo ad un orto. Tutta la sua facciata era coperta di pianticelle rampicanti. Forse l'ortolano, che l'abitava, era pure il padrone dell'orto. Giorgio rimase pensieroso a guardarla dall'uscio dell'osteria, mentre gli ammanivano il pranzo.
— Potreste alloggiarmi qui? — domandò all'ostessa, che era venuta a chiedergli se gli piaceva il pecorino nella minestra.
Ma ella, che dalla fisonomia e dagli abiti lo prendeva per un gran signore, si scusò della povertà dell'osteria, buona appena per i pecorai della montagna: quindi Giorgio la interrogò sulla casetta di contro. L'ortolano presente si mescè al dialogo, e convenne di affittargli una stanza.
— Quella di mio figlio: l'ho messo nel seminario di Firenzuola.
Il prezzo fu di dieci franchi al mese, l'ostessa per altri quaranta s'incaricò del pranzo: era il mese di marzo, e il seminarista non doveva tornare a casa che sulla fine del settembre. Giorgio fu contentissimo: l'ortolano andò subito coll'asino a prendere i bauli dall'albergo; e quella sera stessa, prima di coricarsi, Giorgio potè contemplare lungamente dalla finestra i monti bianchi di neve. La cameretta era piccina, colle tende. La famiglia dell'ortolano si componeva della moglie, una donna sulla quarantina, una bambinetta, due garzoni, poche galline, quattro mucche e due grossi cani pastori.
In casa credevano di avere un inglese, che sapesse l'italiano.
Per alcuni giorni Giorgio non aprì ancora la cassa del violoncello. Dal primo istante tutti si erano innamorati di lui per la sua ammirazione della vita campagnuola; l'ortolana specialmente per la sua ghiottornia del latte: poi l'olio, il pane e il vino, queste tre perfezioni della Toscana, che egli lodò con entusiasmo sincero, gli dettero il prestigio di un gran signore, che sa essere giusto col paese e colla povera gente.
Ma Giorgio, che voleva evitare ogni soverchia famigliarità, stava malinconicamente chiuso nella modesta cameretta, o uscendone a passeggiare, rispondeva breve e garbato con un sorriso più dolce di ogni risposta.