Tornando a casa Bartolomeo si andava tastando in tasca la fotografia. Non sapeva ancora dove nasconderla, e provava già le trafitture voluttuose di un secreto pieno di pericoli. Passò per la cucina senza fermarsi, e si chiuse a chiave nella propria camera. L'indomani invece di andare da Bodoni, che si scordò l'appuntamento, dovette gironzolare per Bologna, comperò l'Illustrazione Italiana, che rappresentava la Patti nella Traviata alla scena della borsa. Il quadretto gli parve un capolavoro, l'articolo, datato da Roma, carico di ironie per Niccolini, una vera indecenza. In fondo all'articolo si annunziava che la Patti partirebbe l'indomani per Madrid; ma egli non se ne fece caso, perchè la loro distanza non cresceva così e non scemava.

Invece passando dal Brunetti imparò che il teatro si sarebbe riaperto fra tre giorni, e questa notizia lo esilarò; fece la solita passeggiata ai giardini, vi si trattenne poco, rientrò in città sempre in preda alla solita inquietudine. A casa la cucina era vuota, il focolare freddo. Allora gli venne in mente il caffè, e andando alla madia guardò se l'Adelaide se ne fosse servita. Nulla: il vaso era intatto al posto dove l'aveva lasciato.

— È dunque una scommessa! Ma perchè — seguitò ad alta voce — mi fa la camera se non vuole saperne? — Così dicendo spinse la porta per constatare rabbiosamente come tutto fosse assettato; senonchè, appoggiata sulla cimasa del letto, sotto l'immagine della madonna di San Luca, la fotografia della Patti, che egli aveva studiosamente nascosta fra cinque o sei quaderni di musica, gettava un baleno nerognolo.

Bartolomeo cacciò un grido: era impossibile, l'Adelaide vinceva.

Da quattro o cinque giorni non l'aveva veduta. Come potesse vivere da se stessa, lavorando poco o punto ed essendo senza risparmi, Bartolomeo non lo capiva; giacchè, vissuto sempre celibe e non avendo conosciuto le donne che in certi momenti e da certi punti di vista, ignorava la loro scienza minuscola della vita, come esse, che dissipano così facilmente i milioni, riescano a campare senza stento con pochi centesimi. Gli venne persino in mente di osservare nella cucina e negli armadi se l'Adelaide non gli rubasse qualche cosa; non lo credeva, ma il dispetto di sentirsele inferiore era tale, che se ne sarebbe quasi compiaciuto. Contò i rami, andò all'armadio; fra le biancherie cercò subito l'involto, nel quale teneva le quattro posate d'argento comprate a peso da un amico orefice; esaminò la bica dei lenzuoli, sommò ad occhio i mantili e le tovaglie, senza osare di spostarli. Tutto gli parve a posto, allora arrossì. Perchè dunque l'Adelaide gli teneva il broncio? Si mise a riflettere sulla natura di lei; benchè non vi trovasse a ridire, n'era poco contento. Era una donna onesta, nel senso popolano della parola, che lasciava la roba a posto e non tirava a far sacchetto, sapeva cucinare e mandare innanzi una famiglia con poca spesa, ma in fondo a tutte queste belle qualità, egli sentiva un difetto, una certa freddezza di animo, una soverchia maturità di ragione, che gli faceva paura. L'Adelaide non aveva mai torto, non si stupiva di nulla. Spesso chiacchierando dopo cena col bicchiere in mano, lo aveva fatto precipitare di sorpresa in sorpresa colle sue massime sulla vita, di uno scetticismo pratico ben più tremendo di quello che affettava Bodoni. L'Adelaide gli voleva dunque bene? Abbandonata dalla figlia, sola nel mondo colla vecchiaia e la miseria dinanzi, forse gli si era affezionata per una conformità di gusti e di destini; però, essendo ancora donna, aveva le gelosie del proprio sesso. Fra tutti quei pensieri decise di volere un secondo discorso con lei, e uscì di casa colla fotografia della Patti in tasca per andare a pranzo.

I vermicelli furono detestabili, le acciughe erano rancide, l'olio sapeva di muffa: perfino la pasta di Faenza, solita ad essere buona, non aveva retto alla cottura, e i vermicelli facevano, come suol dirsi, la colla. Nulla gli andava più per il verso: gli dettero delle seppie per calamaretti, ordinò un mezzetto di Chianti invece del solito vino romagnolo, e gli portarono del vino rosso bolognese, che è l'ultimo vino del mondo. A poco a poco la sua collera saliva. Nella sala molti mercanti di granaglie e di maiali facevano un chiasso indiavolato, bevendo e mangiando come tanti eroi di Omero; due orbini che vennero a suonare, e che essi accolsero colla vanteria crapulona dei mercanti, riempiendo loro il piattino di soldi ed offrendo loro da bere nei propri bicchieri, lo fecero quasi dare in escandescenza. Poi gli orbini non finivano più, le risa e le oscenità degli altri montavano di tono, quasi tutta quella gente aveva il cappello in testa e stava a tavola nelle più sguaiate attitudini, mentre egli per educazione, sebbene mezzo calvo, rimaneva a testa nuda. Non prese nemmeno la frutta e scappò. Gli era venuto un pensiero. Nella cucina, sotto la tavola, ci doveva essere un barilotto di vino di Castel San Pietro, ancora mezzo, da quando s'erano bisticciati coll'Adelaide: comprò una ciambella inzuccherata dal primo fornaio, e corse a casa per accendere il fuoco, e fumare nella pipa. Il barilotto era quasi vuoto: dunque l'Adelaide se n'era servita anche dopo? Questa debolezza lo rallegrò, ma nel cantone non c'era legna: si mise in veste da camera, si cavò le scarpe, accese la pipa e portando la bottiglia del vino sul focolare, si sedette sotto la cappa del camino come nell'inverno. Sulle prime tutte queste buone disposizioni non sortirono effetto, ma al quarto bicchiere la sua malinconia si rischiarò: fortunatamente la boccia di vetro bianco, dalla quale mesceva, era capace di due buoni litri. Egli si stese sul seggiolone di faggio, allungò i piedi sugli alari, e finita la ciambella che gli parve piccola, cominciò a soffiare nel fumo. A poco a poco diventava allegro. Le memorie della cucina gli calavano intorno dalle casseruole appese alle pareti, come da tanti quadri, dei quali la poca fiamma della candela non lasciasse distinguere le immagini: ed erano figure grasse, profumate di intingoli, con un riso giocondo sul volto, che tratto tratto si illuminava di un grande riverbero, quasi che il focolare fosse acceso. Di sotto alla tavola, dalla madia uscivano echi di vecchi discorsi, frammenti di scene casalinghe, quando collo stomaco pieno ed il cuore digiuno si era abbandonato alle piacenterie confidenziali della luna di miele coll'Adelaide. Dalla trave di mezzo penzolava ancora la canna, alla quale si erano dondolati tante volte i coteghini grassi, fra le ghirlande delle salciccie, mentre un prosciutto attaccato più in là, ad un gancio, aveva l'aria d'un violino. Egli stesso gli aveva trovata questa somiglianza e l'aveva mille volte ripetuta coll'Adelaide, quando giungendo a casa troppo presto se ne tagliava una fetta dicendo:

— Suono, eh!

E l'Adelaide sorrideva al suo bell'appetito di suonatore.

Poi il fumo alcoolico della pipa, giacchè da fumatore arrabbiato vi fumava dei mozziconi di sigaro lavati nel rhum, avvolgeva quelle figure paffute e rossiccie in una nuvola aromatica. Mezzo coricato sul seggiolone, la pipa sul petto, respirava lentamente, operazione che aveva la voluttà di tutti i giuochi automatici e nella quale si sarebbe addormentato, se la necessità di tenere la cannuccia fra i denti non lo avesse tenuto desto; tornò a bere. Ma l'ebbrezza del vino, più calda di quella del fumo, gli accese i sensi già vellicati. Ad un tratto la cucina rischiarata a stento dalla candela di sego sopra la tavola, allargandosi in un incendio di luce, divenne un teatro gremito di spettatori; il focolare era il palcoscenico, lo sfondo giù ai lati l'apertura delle quinte dove formicolava la popolazione misteriosa dei teatri. Lo spettacolo era abbagliante. Un'oppressione voluttuosa pesava nell'aria facendo battere tutte le palpebre e aprire tutte le bocche. E una figura patetica di donna, moribonda bellezza di martire, alla quale la morte aggiungeva una bellezza di più, taceva in mezzo a quell'aureola, sopra a quel silenzio angosciato di tutti. Una storia indicibile di dolori era scritta sul suo volto, una memoria d'amore le impallidiva sulla fronte. Poi senza scomporsi, come se non ne avesse avuto la forza, cominciava a cantare, calando un lungo sguardo verso di lui.

Ma in quella l'Adelaide, non sospettandolo in casa, rientrava per la porta della cucina. Aveva il solito impenetrabile di Casimiro grigio, il cappello scuro con una vecchia penna di struzzo colorata di rosso. La sua figura atticciata diventava tozza sotto l'ombra di quelle grandi ali. Sembrava aver fretta, ma vedendolo si arrestò. La candela del tavolo non illuminava abbastanza bene la scena, perchè ella potesse vedere subito la boccia, ed il bicchiere sopra lo sgabello del focolare. Nullameno finì per accorgersene.