—Cosa succede?—chiese voltando la testa verso il compagno di viaggio.

—Probabilmente bloccati.

—Ah! Verranno a sbloccare.

—Speriamo bene, signora.

Può fare sempre piacere ad un filosofo il constatare che la piccola graziosa neve ha forza di arrestare una macchina enorme e nera, simbolo del progresso; come la pudica acqua di affondare un transatlantico; come un microbio invisibile di uccidere un uomo: ma è bene non trovarci in simili casi.

La verità cruda non tardò a farsi strada: treno bloccato in aperta campagna: avanzare e retrocedere impossibile: segnalazioni insufficienti: telegrafo rotto: macchina spenta.

Prospettiva certa: cinque ore di blocco, almeno, cioè il tempo da permettere alle guardie di percorrere i venti chilometri lungo la linea sino ad arrivare alla stazione da cui erano partiti: poi aspettare la locomotiva liberatrice. Altra prospettiva molto più probabile: la notte in treno, senza calore e senza luce perchè la caldaia era già spenta.

Quando la signora seppe questo, fece anche lei come tutti nel treno: protestò: il treno era un coro di proteste. La signora aggiunse la sua voce esotica al coro, con speciale sintesi diffamatoria verso l'Italia.

—Viaggiato molto—diceva—ma mai visto qualche cosa così orribile. Russia, Norway, Svizzera, paesi avanzati avere puf, uf (soffiava). Avere, come dicete voi? Avere rotery-snow-plough per soffiare via neve.—E con la manina vorticosa faceva un molinello che buttava via tutta la neve.