—Assolutamente: intanto la avverto che il suo figliuolo, per deliberato consiglio dei professori, è sospeso dalle lezioni. Questo come preavviso: il resto verrà poi!
Il signor Direttore fece capire che non aveva altro da esporre, almeno a lei, signora Palmira.
La signora Palmira inchinò, uscì, con Giacomino dietro.
«Si può essere più imbecilli? E si può essere più villani con una signora? Un falso! a quell'età!» e rideva verde: tuttavia come giunse a casa, ordinò con un cenno al rampollo di seguirla. La signora elevò il tu alla potenza del lei.
—Ha inteso, bel signorino?
—È stato Finotti...!—rispose Giacomino con un tono che non avrebbe per nulla indicato quel nobile sentimento «che fa l'uom di perdon talvolta degno»: indi dirotto pianto, ma di rabbia.
—Finotti a far che? a scriver la lettera?
—No, a dirmi come si doveva fare la scusa. La fanno tutti, mica io soltanto! Il direttore l'ha su con me, e mi castiga solamente me—così rispose Giacomino.
—Va bene: lei vada intanto nella sua stanza.
Giacomino non domandava di meglio e si rifugiò nella sua stanza dove tutto serbava traccia delle sue imprese: la tappezzeria stracciata per ornare il palazzo della regina nel teatrino dei burattini: le sedie adattate a biciclette e ad automobile: il lume meccanicamente contorto per costituire il fanale della detta automobile: le quali cose insieme a molte altre, se davano alla stanza un disordinatissimo aspetto, provavano le disposizioni congenite del giovanetto alla meccanica.