Ma quel triste vespero Giacomino entrò assai turbato nella sua stanza: il gatto che lo vide—al rumor della porta aveva levato la pupilla dal suo vigile sonno—come saetta fuggì: negli esperimenti meccanici di Giacomino, o nelle rappresentazioni dei burattini, egli—onesto micio—era forzato a fare delle parti repugnanti alla sua indole tranquilla.
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Proprio in quell'ora il signor cav. Antonio tornava a casa.
L'abitudine nei paterfamilias è così forte che essi ricasano anche quando la dimora non è più asilo di pace.
Il signor Antonio era bensì cavaliere per ragione del suo grado ufficiale, ma viceversa doveva sgobbare come un somiere. Giacchè se lo stipendio governativo era sufficiente per una famiglia di abitudini modeste, diveniva inadatto a sopperire al treno di casa quale era imposto dall'esempio delle altre famiglie e dalla filosofia della signora Palmira, la quale soleva dire: «Si vive una volta sola e perchè ci dovremo privare di qualche piccolo benessere?» Per soddisfare questo piccolo benessere, il cav. Antonio doveva «arrotondare» il suo stipendio.
Questa necessità dell'arrotondare degli stipendi spesso rappresenta uno sgonfiamento del denaro pubblico, e qualche volta ha il suo epilogo nelle aule dei tribunali. Ma è proprio vero che il signor Antonio arrotondava onestamente, cioè lavorando di più col tenere alcune amministrazioni private.
Però con questa vita da bue lavoratore portare il titolo di cavaliere, è una ironia! Ma il cavalier Antonio non si accorgeva oramai più di questa ironia: il mondo era divenuto per lui un immenso cartafaccio con colonne di numeri lunghe lunghe da sommare, e non finivano mai, e non lo avrebbero mai abbandonato: lui sì avrebbe abbandonate le formiche delle cifre il dì della morte, ed esse—le cifre—sarebbero state prese sotto tutela da qualche altro: ma suo figliuolo—Giacomino—sarebbe divenuto non un impiegato, ma un libero professionista! ed ecco perchè Giacomino era entrato in Ginnasio e nella casa del cav. Antonio era entrato Rosa Rosæ, genitivo e dativo, Fedro e la grammatica dello Schultz: arnesi di pensieri, dei quali il più domestico e perito era, a tutto dire, Giacominus ipse!
Il povero signor Antonio si confortava di respirare la libertà futura che avrebbe goduta il suo figliuolo, dottore, ingegnere, avvocato! Di altre soddisfazioni non ne aveva. Il thè che la sua signora offriva alle amiche nel giorno di ricevimento, aveva per lui un sapore di amarezza stantìa: e quanto al buon gusto della sua signora nel vestire egli era forse il solo a non apprezzarne tutta la finezza. Tuttavia anche lui aveva le sue oasi, rappresentate dalle rare e necessarie vacanze, e fra queste la più dilettosa e lunga era quella del Natale. «Tre giorni di pace in casa!»—pensava il signor Antonio rincasando—e passando dal pasticcere ha ordinato un dolce di vaste proporzioni: dal pollivendolo un tacchino, due capponi e tre dozzine di uova, dal droghiere, marsala e liquori. Con queste liete disposizioni di spirito il cav. Antonio entra nel lare domestico.
—Oimè! cos'è quest'aria di mistero? Perchè tutti si rimpiattano? dove è Giacomino?