presso il bel fiume Lambro a la gran Villa,

ancorchè il signor Ambrogino non conoscesse Dante più di Aristotile.

Una delle prime cose che fece appena sbarcato a Milano, fu di andare a fare un libretto alla Cassa di Risparmio, in quella sala così grande, in quel palazzo di macigno, dove, sotto, son tanti milioni che nessuno lo sa. È un piacere mettere i soldi lì! Non fruttano quasi niente, ma pare che sia tutta roba propria.

«Questi qui non si toccano — diceva levando il pacchetto di sotto al gilè. — L'è il morto, ma serve a far stare vivi in sicurtà».

Secondo le sue abitudini parsimoniose bisognava stare dentro il limite della pensione. Ma anche la parsimonia, per chi ci è abituato, è un divertimento.

Però gli fece specie: l'impiegato, con gli anelli di diamanti alle dita, gli prese i biglietti, messi da parte in quarant'anni, come fossero stati carta straccia, e dopo mezz'ora gli buttò quasi in faccia un libretto.

*

A Milano con poco più di centocinquanta lire al mese, al tempo che corre,[1] non è cosa agevole mettere su casa, e sarebbe falsare il vero dicendo che per Ambrogino i princìpi non furono alquanto difficili. Per uno, ad esempio, che s'era abituato a far delle mangiate d'insalatina fresca, e con due centesimi ne comperava tanta che ne avanzava per il dì appresso, vedersi misurare la lattuga, ben bagnata e fangosa, col bilancino, era uno sconforto. Egli è vero che il fruttivendolo lo aveva assicurato che tutte le città di commercio sono così: dove la roba se paga nagott, son mica città! Anche la scelta dell'alloggio costituì una certa difficoltà, giacchè don Ambrogino dopo essere stato tanto tempo sotto gli altri, voleva essere padrone lui di casa sua. Ma appena ebbe tastato il polso ad un appartamentino di quattro stanze nella nuova Milano, proprio carino, e si sentì rispondere «novecento lire», provò l'effetto di una scottatura. Del resto codeste furono inezie che non turbarono punto la sua felicità. — Bisogna prima conoscere tutti i vantaggi di una grande città e poi giudicare se è cara o no. Non sai tu, Ambrogino, povero fesso — diceva a se medesimo — che stare a Milano, al giorno d'oggi, è come vivere a Londra, a Parigi?

*