Dopo lungo cercare, alfine avea trovato un appartamentino là dalle parti di San Celso, formato di tre stanze di cui una così grande che ci poteva stare anche il letto matrimoniale, se don Ambrogino non fosse stato tanto savio da conservarsi celibe.
Era una di quelle vecchie case della vecchia Milano, coi ballatoi e coi vecchi tetti sporgenti, care al tuo cuore, o Emilio De Marchi, poeta, che ora ben dolcemente riposi sotto la tua terra lombarda!
Una gran corte: nel mezzo della corte un giardino macilento. Ma ai quattro angoli della corte c'erano dei ritorti antichi tronchi di glicine che al tempo di aprile si svegliavano e mandavano su per i quattro piani le loro foglioline, assetate di luce, ad annunciare alle etiche piante del giardino che il sole della primavera nasceva.
Casa di umili lavoratori: triste e tranquilla come un monastero. È permesso quivi di stendere su le ringhiere i pannilini lavati in casa: i bambini non sono rifiutati dal padrone di casa, e possono anche giocare a tondo nel cortile. Verso le cinque, ogni sera, una trentina di pentole mandavano quell'odore di battuto e di aglio, che non si sente che a Milano. È il minestrone che va.
Ambrogino nel fissare questo suo quartierino, avea provato una segreta dolcezza, come chi rivede un amico perduto, perchè la sua infanzia era trascorsa proprio in una casa simile a questa ove ora trasportava gli Dei Penati della sua vecchiezza.
Il solo dispiacere che provò, fu quando la portinaia lo chiamò el napoletano. «Ma mi son milanes pü assee de lee!»
Abitava, come egli diceva, al primo piano sotto i tetti; e dalle sue finestre si vedeva la cupola della chiesa di San Lorenzo con que' frenetici angeli del Seicento, e le pire con le pazze fiamme di marmo. Si vedeva, più lungi, la linea pura della guglia del Duomo con la Madonnina d'oro.
Si vedeva l'Arco della Pace, con quei cavalli che ballano; e se era sereno, si scopriva il verde dei poveri prati ed ortaglie che si muovono indietro, conquistati dall'assalto edilizio dell'immensa città.
Qualche volta, o gioia insperata, si scopriva anche la cresta del Resegone, proprio rimasta eguale a quella che descrive il Manzoni.
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