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Una mattina Ambrogino scorse il suo inquilino di fronte che alzava la tendina dietro i vetri e aveva un coso bianco in braccio, un fagottino bianco.

— Il piccirillo è nato, eccolo là! — disse don Ambrogino.

Era nato nella notte: il babbo ora alzava la tendina della finestra e gli faceva vedere il mondo per la prima volta.

Nevicava quella mattina.

— Queste sono disgrazie che non accadono a noi, vera, ti? — raziocinò a mo' di conclusione don Ambrogino rivolgendosi alla sua stufa, su la quale posava il bricchetto del caffè e latte, giacchè da quell'ingegnoso uomo che era, pensava che la stufa poteva servire anche a risparmiare il gas.

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Quanti siano i vantaggi di una grande città come Milano, non è facile numerare: ci proveremo tuttavia.

Quando verso mezzanotte rincasava dalla sua partita a tresette — un giuoco che non lo sanno giocare garbatamente se non a Milano — si era sicuri di trovare sempre le vie illuminate, e che luce! Cadeva la neve? Il giorno dopo non c'era caso di trovarne una falda per terra. E lo spettacolo della Galleria? del corso Vittorio Emanuele? Se uno vuole istruirsi — il che non era il suo caso —, vedi quante conferenze, università popolari, con tanti professori che formano una filza più lunga della lista dei piatti del gran banchetto che qualunque mortale può con quattro lire soltanto offrire a se stesso al caffè X***: dove si comincia il primo piatto col Melange Biffi, poi sfilano consumè, omelette al burro, aspargi all'uovo, salade alla russe, gelati à la napolitaine, che c'era da prendere l'olio di ricino se uno avesse voluto mangiar tutto, come era accaduto a lui che una volta tanto aveva voluto provare.

E i teatri? Ogni tanto opere nuove! Ogni tanto, o lì nei libri, o lì nella musica e nel teatro, un uomo di genio. Come è nato? Chi lo sa? È nato lì in Galleria. Dopo si muta, e sempre così. Ben è vero che don Ambrogino preferiva la serie dei quintini, al teatro, ai libri; ma stando a Milano, a furia di sentir ripetere certi nomi, si finisce coll'istruirsi senz'accorgersi.