Quando fu nella via, respirò meglio.
La notte invernale trasmutava Milano in una città fantastica. I cornicioni, coperti di neve, davano ai palazzi risalti di castelli e badie, e il silenzio era così grande che un piccolo carretto delle verdure rimbombava come fosse stato un carro con torrioni di ferro.
Due o tre viandanti che incontrò, gli vennero avanti tutti in una volta che pareva un assalto, e poi sparirono come ombre dentro la nebbia.
Un tram elettrico che va in piazza del Duomo a prendere i primi viaggiatori, veniva da lontano con un rombo così incalzante che pareva che tutti quei palazzi dovessero crollare; e quando gli fu vicino, le rotaie mandarono scoppi come saltasse una mina e saettavano lingue bianche, verdi, di fuoco, lunghe come tutta la strada.
E lassù dove la rotella della pertica toccava il filo, c'era una stella verde che friggeva fuggendo per il filo. Passò e si allontanò. La visione di luce del tram entrò nella nebbia, il tuono si fece sordo come un brontolìo che si rinserra.
Verso la piazza del Duomo la nebbia era meno densa; e vide ombre bianche che venivano di traverso, saltando su le pozzanghere di neve.
Perchè c'erano quelle ombre bianche? Allora si ricordò che era carnevale. Erano dei pierrots.
Uno suonava il corno che voleva essere allegro; e un brumista, con voce roca di grappa, gridò dal sedile ove era tutto ammantellato:
— Va, suona alla miseria!... — e il corno si allontanò nella torpida nebbia. E andando, udì da un pian terreno venire fuori un valzer con accompagnamento di passi cadenzati. Quel suono lo fermò su la via; e si ricordò che quel valzer lo avea ballato anche lui da ragazzo quando faceva all'amore con Maria. Si allontanò di lì; e quando fu sul corso, sentì sferrarsi un suono di campana, fondo, mattutino, con la vibrazione di un petto di gigante che esala lo spirito e dice: «Io sono il momento che fugge!» Altri quattro rimbombi seguirono a pari distanza, simili al primo, e tutti dissero la stessa cosa. Avea un soffio di umanità quel suono di bronzo in quell'ora. E ciò può avvenire perchè le campane stanno sui campanili, i campanili stanno su le chiese, e sotto le chiese giacciono le legioni dei morti. Ma a quel suono rispose, poco dopo, uno squillo argentino di una campanella che certo doveva stare su di un piccolo campaniletto. Cantò la campanella e si fece sentire per tutta Milano addormentata: «Io sono la campanella e quello è il campanone che cantò or ora all'istante fuggito, e non torna più, mai più, mai più e, din, din, don. don, din, din: ma io canto mattutino: io sono la campanella che sveglio i passeri che dormono nei nidi dei campanili, sveglio i bambini che dormono nelle cune, e sveglio Lolò, e avviso che la notte al fine è passata e da quassù si vede il sole che spunta ormai.»
E lui allora rivide il Monte Rosa, che, quando con la prima corsa, d'inverno, andava al suo stabilimento — su la linea di Como — si vede là in fondo al cielo, come una gran rosa, ai primi raggi del sole.