Voleva entrare in un caffè aperto, ma un battente gli si spalancò e ne uscì prima un tanfo di caldo e poi una compagnia ubriaca di uomini, e di donne smascherate, ubriache anch'esse.

Immergevano le scarpe di raso e le calze sino alla caviglia nella neve, e ridevano. Lo stupì con quanta spensieratezza ridevano!

Dentro il caffè non c'era più nessuno, ma un fortore di vivande, un odore di muschio. Un cameriere gli portò il caffè.

I camerieri intanto con le buone mandavano via un vecchio signore in sparato bianco e pelliccia, ubriaco fradicio.

— Ma io ho i miei diritti....

— Sissignore....

— Li farò valere in tribunale! — e plan, cadeva giù, e i camerieri, sorreggendolo, lo spingevano sempre verso l'uscio.

— Il caffè è luogo pubblico.... io sono libero cittadino..., la legge è uguale per tutti....

— Sì, signor marchese — gli diceva con voce persuasiva il padrone, — tutti i diritti: ma adesso bisogna fare pulizia.... Venga da qui mezz'ora....

— Ah, pulizia...! ah, pulizia...! — borbottò come persuaso ed era giunto verso l'uscio; ma lì si voltò d'improvviso, e indicando ai camerieri il nuovo venuto: