— Occhi stupendi! — disse allora il cavalier Gaudenzi.

E gli occhi erano davvero bellissimi, straordinariamente grandi, misteriosi, violacei; anche dietro la veletta.

Essi appartenevano ad una signora dignitosa, composta; la quale, a conferma di maggiore dignità e compostezza, aveva con sè una ragazzina dalle gonne ancora corte, di quell'età ancor neutra, che i tedeschi denominano «pesciolino fritto».

Quella sera il cavalier Gaudenzi a dispetto del pot-au-feu familiare, delle pratiche emarginate, era preso violentemente da istinti dionisiaci! Quella signora velata, seria, rappresentava l'ideale del dionisiaco combinato con la prudenza. Peccato che, eccettuati gli occhi, ci si vedesse poco, dietro la veletta!

Ripetè: — Occhi stupendi!

Questa volta gli occhi, dopo aver girato due o tre volte nella lattea malinconia dell'orbita, furono costretti a cedere il posto alla parola, la quale si espresse così: «Un tempo, signore!»

Ma per quanto si sforzasse quella voce di imbeversi di soave rimpianto, il cavalier Gaudenzi ne ebbe una sensazione inattesa, spiacevole, che gli raffreddò la esaltazione dionisiaca: una voce nasale, afona, con un certo non so che.... veniva fuori dalla veletta.

Il cavalier Gaudenzi fissò interrogando le pupille.

Esse confessarono ingenuamente:

«Noi si fa quel che si può, signor mio, ma le altre parti non ci sostengono, e la commedia casca quasi tutte le sere.»