Allora parlò il panforte di Siena e disse: «Suvvia! domanda scusa alla signora. Dille che hai preso abbaglio per effetto della nebbia, e andiamo a casa.»

Ma il cavalier Gaudenzi, fra gli ultimi guizzi dionisiaci e il rispetto cavalleresco verso la donna, non osò seguire il saggio consiglio del panforte di Siena; e rimase lì.

Ne approfittò la donna, e insinuando il suo braccio sotto il braccio del signore, si studiò mercè il pannicolo adiposo, di rianimare l'ardore dionisiaco del cavaliere.

«Preso al laccio, questa volta: e ti sta bene! — disse il panforte. — Vedi a non fare a modo?»

Era preso, veramente preso; e la signora non aveva intenzione di lasciarselo sfuggire; ma premendo come potea, e facendo fare sforzi eroici alle pupille, disse:

— Il dolore, veda! il dolore di aver dovuto per una malattia della gola, troncare la più splendida delle carriere! Aver calcato le prime scene d'Europa e d'America, aver giocato coi diamanti, e trovarsi nel mio stato, è orribile, signore!

Il cavalier Gaudenzi ebbe un brivido, perchè il senso dionisiaco vuole inni e ditirambi; non elegie e treni sentimentali.

— Ah, artista di canto, la signora? — domandò tuttavia.

— E nei primi teatri del mondo. Oh, ma quello che non può fare la madre, farà la figlia! Mercedes, va avanti!

Il pesciolino fritto che pareva abituato alla manovra, dilungò avanti in silenzio, lungo il muro.