E, o aveva bevuto, o era vergognoso di quella pàgina poètica che io gli avevo restituita, inveì ferocemente contro tutti i poeti.

Io gli diedi ragione: i poeti, o mèttono troppo zùcchero o mèttono troppo sale: àlterano sempre la realtà delle vivande.

— Ah, manco male che mi dài ragione!

Solamente di Dante non disse male.

Rilevai la curiosa eccezione.

— Naturale! — disse —. Dante fu poeta per isbàglio. Egli era nato per essere grande imperatore degli uòmini.

— Ecco, vedi — dissi io — una di quelle frasi che rivèlano in te l'uomo di genio. Cosa importa se il mondo non lo sa? Tu rimani lo stesso uomo di genio.

Si contorse infastidito. — Io me ne infischio! — Riattaccò ancora col dir male di tutti i poeti. S'infervorò, e io ordinai una bottiglia di barolo.

Stette a lungo contemplando lo scintillio fremente del vino dai riflessi di rubino; poi con compiacimento più da filosofo che da beone, gli zampillò questa frase: Il divino licore dell'uva. — Sai chi dice così?

— Non lo so — risposi.