Fuggì quella notte e portò via mio figlio.

La mattina seguente io e mia madre ci guardammo come smemorati, senza dir nulla. Io la volli confortare e le dissi: «Meglio così, tutto è finito!» I primi tre giorni, sotto l'eccitamento del fatto, mi sembrò di essere quasi contento: poi cominciai a perdere il sonno, a fissarmi in Sara. Io e mia madre ci incontravamo come due fantasmi nella vecchia casa. La stanza nuziale venne disfatta: io mi volevo mostrare assai calmo. Ma tutto il giorno non parlavo, a tavola non parlavo, il cibo mi andava via dalla gola come avessi avuto il vomito. Cominciai ad ubbriacarmi, per sistema, il giorno e la notte a prender l'oppio per dormire. Ma l'oppio, se mi buttava giù nel letto per una mezz'ora, dopo mi svegliava con un riscossone e con gli occhi aperti come ci fosse stata una molla a tenerli su: così rimanevo tutta la notte.

E perchè capisca in quale stato io ero, a ogni treno andavo come un sonnambulo alla stazione perchè speravo che tornasse, che si fosse pentita, che avesse compreso quale grande delitto avesse commesso di abbandonare la casa del marito a cui aveva data la fede.

Andando alla stazione, questionavo con me stesso per decidere se le avrei perdonato: finivo sempre col perdonarle, ma era lei che non tornava. Dicevo fra me: «Una donna divisa così dal marito, rimane vituperata.» Non pensavo che il vituperio del mondo può cadere su una donna debole o brutta: ma su una donna bella e forte come era Sara, non cade insulto; il ridicolo, quello sì piove sull'uomo! Allora diventavo furibondo e dicevo: «Ti farò citare davanti al tribunale, ti farò svergognare come una madre, una moglie che abbandona il marito.»

Sara mi mandò due lettere da un paese lontano della Svizzera, con le insegne superbe di un hôtel. Nella prima mi spiegava col solito orgoglio la sua condotta precisando a suo modo i fatti e mi dava notizie del bambino «giacchè di questo — scriveva — ne avete il diritto», e mi domandava poi i suoi gioielli. Era partita con quasi niente di denaro. Io non risposi. Nella seconda, domandava tutti i suoi abiti ed aggiungeva che tutto (ed era sottolineato) anche fisicamente, era finito fra noi due e che se anche lei avesse voluto, non avrebbe più potuto vivere con me: e che io «le facevo ribrezzo!»

Allora, ma solo allora, pensai a quello a cui non avevo mai fino allora pensato: «la tua donna si infila nel letto con un altro, ridendo.» Allora diventai pazzo. Sarei partito in quell'ora stessa che ricevetti la lettera, ma non avevo i soldi, capisce? li dovevo rimediare; e intanto le scrissi una lettera in cui mi umiliavo e che fece pietà a me stesso, tanto che non ebbi coraggio di rileggerla.

Lei mi rispose dopo una settimana così: «Mi dispiace che tu sii ammalato, ma se tu sei uno squilibrato e uno più buono a niente, non è questa una buona ragione perchè io, che ora mi sento assai bene e ho molta voglia di star bene, debba tornare ad unire la mia vita alla tua. Il bambino sta benissimo. Poscritto: La mia coscienza non ha bisogno del tuo perdono».

Allora io dissi a mia madre: «Io voglio andare a riprendere il bambino che mi portò via come un ostaggio; non posso vivere senza di lui!» — «Va, e riprendi anche lei — mi disse la mamma — Tu così ti rovini la vita, figlio!»

Partii e dopo due giorni di viaggio in terza classe, giunsi in Svizzera, in quel paese. Era un hôtel che aveva quella grand'aria di lusso che era stato sempre negli istinti di Sara. Incontrai signori e signore superbe davanti ai quali il mio aspetto era una viltà: cameriere in cuffia e camerieri in sparato bianco, che parlavano una barbara lingua, ma al cui confronto le dolci mie parole italiane suonavano come un'umiliazione.

Mi vergognavo di dire il mio nome, di dire a quei camerieri che io ero marito di quella signora lì sola in quell'albergo. Dissi che ero un parente, ma dal contegno di quella gente capii che aveano letto in volto la mia vera qualità, e mi fecero entrare nella stanza di lei benchè fosse mattino.