«Cosa dici?»

E io ripetei quella parola. Lei alzò le spalle ed io nello specchio vedendo il suo volto mi parve che a fior di labbra mormorasse: «Stupido!»

Il cervello mi si infiammò di furore; ma una cosa più grande succedeva: io vidi, quasi con questi occhi, materialmente, la mia casa che crollava. Lei sa, è vero? Quando la casa muore è come quando moriamo noi. E allora il resto che vale?

Il piccino aveva finito di mettersi le scarpe, ma male.

«Perchè non l'aiuti tu ad allacciarsi le scarpe?» le domandai.

«Perchè io non faccio la serva a mio figlio!»

In quel punto bussarono alla porta. Trasalii. Ella disse tranquillamente, facilmente in tedesco, come se quella fosse stata sempre la sua lingua, di entrare. Entrò la cameriera col vassoio: era la colazione col burro, la confiture: una cosa splendente, grandiosa.

Il bambino parlò allora per la prima volta e disse: «Qui, vedi, papà, si mangia bene; sempre burro, cioccolata, dolci; mica come là dalla nonna! se poi vedessi a pranzo che tavola grande, sempre coi fiori, e quanta gente, quanti piatti, oh! È molto bello così!»

Una voce immensa nel mio cuore mi veniva su e voleva dire a Sara: «Torneresti a casa?» Ma ebbi pudore di pronunciare il nome di mia madre davanti a lei. Soffocai quella voce e la pregai di vestire il bambino che lo volevo condurre a spasso. Volevo portarlo via subito. Lei lo vestì, e disse: «Ecco pronto.»

Siamo usciti io e il bambino.