Il suo volto diventò brutto. «Ci mancava anche questa per fare il terno», sentii che disse, e poi non so più nulla. Urlò. Venne gente, mi strinsero, mi strapparono una rivoltella.

Mi hanno fatto poi il processo per mancato omicidio. Mi hanno fatto vedere il revolver con una pallottola di meno. Sarà anche stato, ma io non me ne sono accorto. Basta, dopo fui assolto; ma da allora diventai come stupido, con una gran debolezza di nervi. Poi, col tempo, mi sono rifatto; cominciai ad andar fuori di casa mentre prima mi vergognavo: ma non mi curavo più di niente. Bisognava che mia madre mi mettesse lei la biancheria sul letto perchè io la cambiassi. A lei, a Sara, però ci pensavo spesso: mi ricordavo il grande albergo dove l'avevo trovata; vedevo i vassoi d'argento, le tavole coi fiori e altre cose vedevo, e dicevo: «Già lei era nata per questa gran vita.» E per una certa lucidezza mentale, mi ricordavo di certe sue frasi come questa: «Che colpa ho io se piaccio agli uomini?» E allora provavo come dei brividi di desiderio, e con stupore dicevo: «Sì, cara, se tu non vuoi sporcarti le mani, li laverò io i piatti: ma torna con me.»

Due o tre volte all'anno per Natale, per Capodanno, ricevevo un biglietto del bambino, in cui mi diceva che lui stava bene.

Adesso glielo dirò: si sente dire e si legge, o signore, che una via, come quella battuta da mia moglie, conduce di gradino in gradino alla abbiezione. Quasi me lo auguravo di trovarla degradata e in miseria pur di riprendere la vita con lei e con lui.

Seppi che lei era a Roma. Andai dunque a Roma, girai, domandai e un dì vidi pel corso una figura di donna, che assomigliava a Sara. Quei cinque anni di strazio, che mi avevano distrutto anima e corpo, non erano passati per lei. Era come prima, solo un poco più matronale. Da prima non mi conobbe, ma poi la mia vista o la atterrì o la commosse, perchè mi accolse benevolmente, soltanto non potè a meno di dire: «Come siete invecchiato!» E mentre eravamo lì fermi sul marciapiede fra la folla, mi accorsi che due o tre signori di molta distinzione la avevano salutata. Lei mi invitò a salire a casa sua, e camminando fra quella calca, io mi vedevo negli specchi delle vetrine, miserabile e vecchio dietro di lei.

Arrivammo ad un palazzo. Il portinaio di quella casa la salutò levandosi il berretto e guardò me come a chiedere: chi è costui?

«Potete salire senza timore per la vostra rispettabilità — disse Sara con ambiguo sorriso — qui abitiamo noi soli.»

Il giovanetto, nostro figlio, domandava piano a lei:

«Chi è? È il papà quello lì?» e lei faceva cenno di sì, e raccomandava di star zitto.

Era un appartamentino piccolo, ma messo bene.