La notte fu convulsa. Egli sentiva la mano di lei, che ogni tanto si posava su di lui, un po' materna, un po' carnale come si fa quando uno è infermo, e si sente se ha la febbre. Un soffio di voce diceva con la accoratezza, con cui avrebbe parlato a Lolò: «Dormi, caro, non ti tormentare.»
Si addormentò alfine. Ma un riscossone dàtogli, non sapea da chi, lo destò.
Maria dormiva placidamente.
Si sentivano passare per la via i primi carri. Dunque era mattino, oramai.
Stette eretto su di un gomito a contemplare la sua donna dormente. Al riverbero della lampada notturna, vedeva la testa di lei composta in pace sull'origliere. Stette così a lungo e il suo cuore aveva degli arresti come per il timore che un nome, un lamento uscisse rivelatore dalle labbra di lei.
Dormiva composta in pace.
Ma così contemplando la sua donna, la imagine di lei gli si sdoppiò. Ella era composta in pace; ma i capelli erano scomposti. I capelli erano svegli; si rigonfiavano su l'origliere, e, fosse effetto del tremolar della lampada, essi parevano muoversi con quell'ondulamento che hanno le serpi: invadere il letto. Maria era innocente, ma i capelli erano peccaminosi. Sotto le ascelle, giù nel pube pur vigilavano crini peccaminosi.
Provò come un impulso folle di denudarla d'un tratto buttando via le coperte: poi di stritolarla quasi contro di sè.
Ma si rattenne. Si ricordò di Bismarck. Si ricordò di quelle parole che Bismarck aveva riferito: «dopo tutto i soli momenti di gioia della vostra vita sono io che ve li ho dati».
Quelle parole della donna vincevano tutti i ragionamenti dell'uomo. La donna, che non ha nome, nè Sara, nè Maria, ma la donna.