I bambini capricciosi
Dicon sempre: no! no! no!
Gli veniva da ridere perchè in casa lo chiamavano ancora Lolò; eppure come si faceva a mutar nome a Lolò? La nonna, quando la andavano a trovare nella sua solitudine di Noli, diceva: «Perchè lo chiamate ancora Lolò? Adesso è grandicello, non sta più bene chiamarlo così, chiamatelo per il suo vero nome: Ludovico, se no, quando avrà i calzoni lunghi lo chiamerete ancora Lolò: farete ridere; pare il nome di un pappagallo.»
Verissimo, ma Lolò era proprio lui, e Ludovico invece pareva un'altra persona.
Ora mentre il treno correva verso Milano tra i bassi saliceti allineati per le stagnanti acque, gli venivano alla mente tutte le canzoncine che cantava Lolò.
C'era quella pel Natale che diceva:
Per la notte di Natale
È venuto un angioletto.
E poi? Ohimè Ricordarsi il seguito! della poesia era un affare serio per il signor Enrico. Si ricordava però che la diceva così benino con tanta serietà, tenendo stretto il pollice e l'indice della manina in modo da fare un tondo, in alto, e mandava fuori quella vocina con il beccuccio delle labbra in su, come un passerottino e ci dava quella cantilena, e poi faceva una bella piroletta pigliandosi le sottanine: «Riverisco!» E l'ingegnere Enrico, un pezzo d'uomo biondo e forte, un po' alla tedesca, cercava con la voce dell'anima di imitare quella piccola voce senz'erre, per chiamarsela più vicina quell'imagine adorata, chè la vedeva con gli occhi del cuore, tutta ridente, sopra le teste sonnolente dei compagni di viaggio.
Nevicava sul piano: bioccoli di neve bianca pel grigio del cielo, bioccoli placidi sui pioppi, su gli stagni di piombo; e il treno rompeva quella quiete invernale e rombava verso Milano fra un turbinìo di fumo.