Un'altra cosa ricordo ancora, cioè che i miei re riposavano delle fatiche della guerra in grandi e sontuosi pranzi, i quali corrispondevano appunto a quelli che non si facevano a casa mia.
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Un bel giorno, non ricordo da chi nè come, mi venne regalato un piccolo falco: un falchetto.
Ora, quando venne il falco, i re furono messi in riposo, anzi furono dimenticati. La polvere cadde su di loro; lo scudiero non venne ad avvertire i nobili signori che già il sole era levato e i palafreni bardati scalpitavano.
Il senso di profonda soddisfazione che mi invase al nuovo possesso doveva provenire da questo: cioè che ora possedevo un re autentico, non di cartone, ma vivo; un re dell'aria; un re anzi prepotente e crudele, ma che adesso si trovava sotto la mia giurisdizione assoluta, astretto in catena e sul quale io certamente avrei avuto finale vittoria. Era il medesimo giuoco che continuava, soltanto che la finzione aveva una parvenza di realtà.
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Li avevo visti spesso nel cielo i falchi o, più esattamente, me li avevano indicati.
Nel cielo lucido del mattino avevo visto certi uccelli che un più trionfal giro volgevano nel cielo; poi si libravano in alto e disparivano nella profondità dell'azzurro. Ne avevo chiesto ai villani e quelli, sospendendo il placido lavoro della vanga: «Son falchi!» dicevano, «tutta l'aria ubbidisce a loro: quando ci sono quei signori lassú, non vedrai altri uccelli volare e cantare.»
Ora un falco stava in mia balìa e lo contemplavo con avida curiosità per iscoprire il segreto della sua potenza. Lo avrei pensato più grande, come un tacchino almeno o un pavone. Era un piccolo re, non più di una colomba. «Sei un piccolo re!» gli dissi.
Piccolino era infatti, liscio, grigio, con due zampe aduste come due ferri da calza; immobile, con la testa piatta ritirata fra le penne. Immobile come una mummia, supremamente indifferente alle mie ispezioni.