«Dico a lei, signor falco, ha inteso? Le ho detto che lei è un píccolo, anzi ridícolo re!», e, siccome quegli pareva non tener conto alcuno delle mie parole, tanto mi accostai col dito che lo toccai. Non lo avessi mai fatto! Quel re disprezzava le parole, ma non ammetteva scherzi di mano. Fulmínee vidi aprirsi due alacce smisurate che pareva impossibile dovéssero star rinchiuse in quel piccolo corpo, e in pari tempo mi ritrassi con la mano ferita: il dosso della mano portava l'impronta di cinque scalfitture, dove il sangue segnò cinque tracce di avvertimento. Come ebbi a lungo contemplata la mia ferita, mi riaccostai al falco, ma con molta prudenza, e lo vidi con regale solennità, immobile come prima; solo l'ala rientrava come da per sè quasi serpe che rimbuca, e quattro lunghi e sottili aghi adunchi si ritraevano nei loro alvèoli.
I suoi occhietti gialli, tondi, si movévano solo essi, e seguívano ogni mio gesto, come l'immàgine nello specchio segue chi vi si affaccia; e col muover delle pupille si moveva un becco breve, ma uncinato, di cui prima non mi era accorto, e dava alla fisonomia un aspetto grifagno.
Compresi allora come il piccolo animale, uguale nell'aspetto agli altri uccelli, ne fosse diverso per certe qualità segrete che prima non avea sospettato.
Pensieri di rappresàglia si agitàvano nel mio cervello. «Io ti punirò di morte», dissi con voce di giúdice che sentenzia, ma la mia voce risonò a vuoto nella stanzaccia melancònica; ma era una voce dolce la mia, egli invece mi avea colpito senza emettere un suono.
Gli enumerai con persuasione tutti i suoi torti: «Voi siete un violento, un rapace, un masnadiero dell'aria, voi avete, signor falco, spogliato tanti nidi, lacerato e ucciso tanti innocenti augelletti, i quali cantavano la gloria del Signore e provvedevano il vitto ai loro piccini. Gran perfidia fu la vostra, signor falco; ma ora siete in mia balìa e ne sconterete bene la colpa senza alcuna remissione o pietà.»
Così fermato il proposito della pena, dopo essermi assicurato che il falco era ben legato, corsi in cerca di un bastoncello e feci per colpirlo.
Ma il falco stette: solo si contorse nell'atto superbo con cui sogliono effigiarsi le aquile negli stemmi, e le pupille perforanti saettarono un senso: «Vile!»
Ed io non lo percossi.
*
Come la mia píccola anima si mutasse, io non so. Ma ricordo che, dopo èssermi aggirato due o tre volte per la stanzaccia, sentii nascere in me per il prigioniero una grande pietà e una viva ammirazione; ma, sopra tutto, un indistinto desiderio di farmelo amico, di allearmi a quella sua indomita fierezza, a quella sua forte malvagità.