«Ti faccio gràzia della vita per ora, e ti porterò da mangiare», gli dissi.
E con tale proponimento mi recai da un certo tale, esperto di cacce e lo richiesi quale fosse il nutrimento dei falchi.
«Cuore e fegato», mi fu risposto.
Cuore e fegato ebbe, e, presentando quella superba imbandigione, mi lusingavo di ottenere almeno un cenno di ringraziamento. Non fu così.
Non si degnò nemmeno di chinarsi per toccare quei cibi. «Quando avrai fame mangerai e quando avrai sete, berrai», dissi allora.
*
Era azzurro il cielo fuori della finestra; un cielo fondo, pieno di libertà e di silenzio. Ma il falco aveva abbassato su le terribili pupille le due palpebre gialle e grinzose e rimaneva ritto, rigido: regalmente rigido. Lo contemplai: non un atto per istrappare la catena!
Piano piano, me gli accostai. «Povero falco», dissi, «vuoi la libertà?» e feci per lisciarlo.
Fu, come prima, un istante: si voltò, si rabbuffò, le ali si spiegarono, le cortine delle pupille si alzarono e le pupille folgorarono. Questa volta la mia mano portava, oltre ad un'altra coppia di solchi, uno strappo sanguinoso; mi aveva ferito anche col becco. La notte dormii con la mano fasciata, e al mattino corsi su in soffitta a vedere che ne fosse del falco.
Il falco non aveva mangiato; il cuore e il fegato imputridivano ai suoi piedi.