«Tu vuoi morire, bestiuola mia, se non mangi», gli dissi, ma ogni mia esortazione cadde a vuoto. Le palpebre gli si chiudevano con una non so quale solennità e pareva ed era immobile. Molta tristezza vinse la mia piccola anima infantile e quel dì non giocai.
Andai nell'orto a trovare dei lombrichi i quali strisciavano i loro umili anelli su la terra; presi larve di insetti, bachi, piccole lucertole, che godevano sul muricciuolo il dolce sole, e, fatto di questi innocenti animaluzzi un cibreo che giudicai appetitoso, lo offersi al mio falco. Non mangiò nemmeno allora.
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Al mattino seguente era ancora lí, rigido, fermo. Ne ebbi pietà e gli dissi: «Vedi che ti voglio bene e solo desidero che tu ti faccia buono e che noi diventiamo amici!»
Ma poi, vedendo che non dava alcun segno, e meravigliandomi come potesse vivere senza cibo, ne ebbi alquanto sgomento.
E l'Ave Maria del terzo giorno cantava melanconicamente dall'alto di un campanile, quando il falco cadde di botto; le gambe sottili non lo sorressero più. Corsi e con trepidanza paurosa lo toccai; strinsi sotto le piume quel píccolo corpo che non si scosse. Era morto.
Egli, il re dell'aria, aveva vinto su di me.
Allora mi accostai alla finestra col falco fra le mani, e alla luce che ancor pendeva nell'aria, a lungo cercai tra quelle penne di trovare il segreto della sua ferocia, come fanno i bimbi che cercano nei balocchi infranti il segreto del loro moto, ma non ve lo trovai; e da allora ne ebbi grande tristezza.