Chi legge — se ha una carta d'Italia disegnata su una scala un po' alta — tracci una linea retta fra Sant'Agata Feltria, in terra di Romagna, e il convento della Vernia, in Casentino, un luogo altrettanto famoso quanto poco noto agli italiani che non siano lì del luogo.
Quivi san Francesco, il Santo nostro che rinnovò Cristo con nuova italica lietezza d'amore, ebbe le stimmate ad imitazione di Nostro Signore; e le rondini della foresta selvaggia e sublime, che incorona il monte rupestre, col grido continuo vi dicono: «le sorelle nostre accompagnarono il Santo e si posarono sulle sue spalle, sulle sue mani, quando egli qui venne!» Tracci — dico — una linea e non vi troverà sentiero alcuno o villaggio. Bisogna montar l'alpe, poi si cala in Casentino e si risale quindi la Vernia.
In linea retta, o meglio, a volo d'uccello, saranno a far di molto, venti miglia: invece, dovendo di continuo salire e scendere per i monti, la via si raddoppia; e il fatto è che noi, partiti da Sant'Agata che le stelle erano ancora alte, giungemmo al convento appena in tempo, giacchè dopo l'ave-maria il frate portinaio chiude, e chi è dentro è dentro, e chi è fuori si trova a mal partito e solo i grandi faggi gli possono dare ospitale ricovero, chè, lì d'intorno, per un raggio di più e più miglia, non v'è un casolare.
*
Noi si era in cinque, comprese le bestie: due somari, i quali nel paziente loro animo non debbono di certo aver benedetta la memoria di san Francesco; una giovane signora la quale accampò certi suoi diritti per seguirmi, per quanto io le dicessi: «bada che non sarà il viaggio di nozze!», poi c'era la guida, che fa quattro, un vecchio ignorante, secco e sbilenco che amava più di star su l'asino che di camminare, ed io.
Era il mese di luglio.
Quando si levò il sole eravamo già nel regno delle felci e delle ginestre. Rocca Pratifa si perdeva in lontananza: davanti l'Appennino deserto, selvaggio, e noi su e giù per sentieri che eran piuttosto tane e rompicolli, con certe pietre che le vie dell'Abissinia non ci sono per nulla; e il sole dardeggiava su quelle rocce cineree, e non un filo d'acqua. E la domanda continua era: «O, dov'è la Cella! o, quanto manca alla Cella?» chè quivi la guida ci avea promesso la prima sosta, e bel ristoro, e buon soggiorno.
Vi giungemmo alle dieci, e non so come pensai a messer Ludovico Ariosto. È quello della Cella un paesaggio ariostesco: una conca di smeraldo, rotta dall'argento di un rivo, intorniata da neri abeti e faggi, bellissimi. Il nome intero della Cella è: Cella di sant'Alberigo o Romitorio d'Acri, in orrida e profonda valle, allora sorrisa dal sole, sopra cui si eleva il monte a tre dossi della Cella. Abitarono quel romitorio i frati bianchi di Camaldoli, sin dal mille. Oggi non frati, non campana, ma una grande ruina di cadenti edifici. Se vi fosse spuntata Angelica sul bianco palafreno, nessuna meraviglia: vi spuntò invece un villano che parlava mezzo romagnolo, mezzo toscano, e disse che vino non ne avea, ma avea una ricottina fresca e delle uova. Ci guidò per i labirinti di quel grande edificio in ruina, nè mai asciolvere senza vino parve più delizioso. Il luogo era dunque così ameno e singolare che si accolse la proferta del villano di fermarci quivi qualche giorno, al ritorno dalla Vernia: avrebbe allestita una stanza e: «Vi piacciono i lamponi e le fragole?» domandò. I boschi ne erano pieni e ce ne saremmo levata la voglia.
Proprio lì, presso la Cella, alcuni montanari con funi tese e orrendi colpi al tronco, abbattevano una quercia così grande che copriva con la sua ombra tutto un pendìo. La bella pianta, come cosa viva, fremeva pel gran tronco e per i rami alle percosse mortali e squassava, ad ogni tratto di fune, la chioma veneranda e magnifica. Non voleva morire.