Io chiesi a quei montanari se non conoscessero per caso l'Arbor's day e il culto delle piante che un ministro, che ha buon tempo, cerca di instillare nel cuore degli italiani.
Coloro mi risposero mortificati che non conoscevano tutti questi signori.
E le scuri si levarono, inesorabili.
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Dalla Cella si monta sempre per certe forre chiuse e paurose sino in vetta del Fumaiolo.
«Oh non sarà mai detto che io sia giunto sin qui, che abbia studiato tanto latino senza vedere le sorgenti del Tevere, Tiberis, accusativo Tiberim» esclamai. «Oh, dove ascòndi il sacro capo, fiume divino di Romolo e di Enea?»
Nessuna risposta: solo alcune giovenche e capre, solinghe alla pastura, come al tempo di messer Angelo Poliziano, e riparate sotto l'ombra d'un gran sasso, ci riguardavano co' loro occhi solenni. E avrei avuto un bel cercare per quel gran ripiano erboso del Fumaiolo, se il villano della Cella che ne avea scorti fin lassù, non mi avesse guidato.
Per chi non lo sa le sorgenti del Tevere nulla hanno di interessante: bisogna scendere a un terzo di costa del Fumaiolo, e quivi, in un terreno scosceso e giallastro, che frana, sotto alcuni magri faggi tutti incisi di nomi, rampollano a breve distanza tre o quattro vene da cui si devolve l'acqua che fu ed è declinata da tante generazioni di scolari. I nomi incisi sulle piante erano quasi tutti di stranieri.
— Tu vedi — dissi alla donna — uno che è stato alle sorgenti del Tevere, e non è un tedesco!
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