E quando gli domandarono le carte di frequenza per rinnovargli il sussidio, rispose che non ne avea ma che avea senz'altro frequentato la scuola del nudo e del colore. Per questo o per altra malevolenza il sussidio gli fu tolto ed egli ricominciò la vita misera e deserta di prima, qui fra noi.

Vennero i giorni dell'inverno, della neve, del freddo e della fame.

Il conte B***, un nostro degno gentiluomo, che l'avea conosciuto quando da ragazzetto dipingeva in biblioteca, ebbe commiserazione di lui e gli offrì una stanza ne la sua villa e un posto alla sua tavola senza alcuna servitù od obbligo. Accettò; ma la mattina seguente la stanza era vuota, il letto ne pur disfatto e un bigliettino sul tavolo diceva al conte che egli gli sapeva grazie della sua ospitalità, ma che voleva vivere della sua arte e non di elemosina.

A questo punto comincia il suo errore di giudizio e, se volete un'espressione più energica, la sua lagrimevole pazzia. La diagnosi della sua pazzia è di una semplicità assoluta:

«Egli vuole vivere della sua grande arte». Ma vivere non gli basta: pennello e tavolozza gli devono dare la gloria, le ricchezze, il piacere dell'esistenza. Io ho cercato di farglielo capire che questo è un assurdo anche se potesse apprendere perfettamente l'arte del dipingere; e per il passato gli ho detto molte cose.

Vedi, amico — io gli ho detto — oggi la grande arte è finita e quella poca che rimane, se gli si può dar questo nome, è proprietà di pochi e già famosi artisti, nè credere che la società li ricompensi di onori e di lodi come faceva coi tuoi amici pittori dei bei tempi antichi. Oggi se ad un Tiziano cadesse il pennello non vi sarebbe nessun Carlo V a raccoglierlo.

Un posto di professore in qualche accademia, ecco quello che la società può concedere. D'altra parte tu, povero ragazzo, hai bisogno di vivere: ebbene datti all'arte spiccia, all'arte chincagliera. Lì, se hai fortuna, potrai riuscire. Vi sono le bomboniere da dipingere, i quadretti per i salottini delle cocottes. Esse qualche soldo lo spendono per amor dell'arte: puoi anche darti a decorare le stanze.

Vedi i poeti come segnano la buona via. Calliope non canta più gli eroi, ma i callifughi e le pomate. Leggi i giornali e vedrai se dico la verità. Potrai rispondere che sono poeti da strapazzo. D'accordo. Ma se tu sapessi come è facile perder la dignità e diventar pagliaccio senza accorgersene quando la gente non ti dà il soldino se non a patto che tu faccia quattro capriole in piazza! Dopo però ci si abitua e non si fa più caso di nulla.

Ma egli mi adduceva gli esempi di coloro che hanno buon nome nell'arte, e mi ricordava le esposizioni che si inaugurano con tanta frequenza e sì gran sfoggio di gente decorata. Lascia da parte le esposizioni, rispondeva io: esse servono a tante cose che non hanno a che vedere con l'arte, oppure sono inventari, e tu sai che gli inventari si fanno quando uno è morto o sta lì lì per tirar le cuoia. Ma quanto ai pittori, è vero, ci sono di quelli che hanno la fede e il genio dell'arte; e pure a me, a simiglianza dei poeti, fanno l'effetto di persone fuor di posto e smarrite; e mi ricordano una certa compagnia di bimbi che una volta ho veduto soffiare, soffiare sotto un pallone.

Il pallone si gonfiava da una parte, poi si faceva floscio dall'altra: ma in alto non voleva salire.