I pittori fanno press'a poco lo stesso; buffano sino a perdere il fiato; ci muoiono anche. Che si vuole di più? Ma è impresa che fa ridere. È che manca l'aria: v'è nell'aria qualche cosa di micidiale per l'arte! Perchè la pittura non è solo la rappresentazione con segni e colori delle cose esterne, chè in tal caso sarebbe una lotta impari ed assurda col vero e meglio riesce la fotografia che qualsiasi ottimo pennello; ma essa è grande arte in quanto rappresenta un'idealità universalmente vagheggiata e sentita. Ma ora mai la nostra maggiore idealità si affissa tutta nell'intento di raggiungere un equilibrio economico e sociale di là da venire.

Pure l'ignoto ed il meraviglioso, queste due grandi sorgenti a cui l'arte attingeva a piene mani, non sono più. Dentro l'animo umano, per la vasta terra, per i cieli si è esplorato tutto o almeno, si è convinti di avere fugato ogni errore, ogni sogno, ogni superstizione. Lavoro mirabile, conquista portentosa dell'uomo! E pure siamo forse più tristi di prima! Tutto su la terra va diventando uguale, a rettifilo, a proporzioni determinate, nel modo stesso che gli uomini vestono tutti ugualmente, hanno all'incirca la stessa fisonomia, e le case, le città, le vie le campagne si vanno assomigliando.

L'arte, credi, non può ridere, distendersi fra queste cose e uomini geometrici!

Senti questa: vi fu una volta un grande poeta, grande come pochi altri, il quale non fece altro che ridere ne la vita, tanto che è morto del troppo ridere; un poeta il più ricco di contraddizioni che mai si possa pensare. Ma veramente non era lui che si contraddiceva: era il mondo che è una perpetua contraddizione. Però pensa che il popolo non sbaglia mai, ed il poeta che aveva tanto spirito da ridergli in faccia, si vide posto su la divina fronte quel berretto da giullare che egli avea osato di mettere su la testa di quel terribile tiranno.

Questo poeta si chiamava Arrigo Heine.

Da molti anni egli si sentiva morire e non poteva morire: tuttavia ne la sua tomba di materassi ove giacque per tanto tempo, non cessò di ridere e di piangere, perchè ridicola e pur lagrimevole cosa è in fine il mondo. Un giorno riuscì a levarsi dal letto e si trascinò sino al Louvre. Là, dinanzi alla Venere di Milo, si pose a sedere. Il cuore gli si intenerì alla vista della Dea e ruppe in un torrente di lagrime.

Questo è un fatto vero ed è anche un simbolo. La Venere di Milo è l'Arte e Arrigo Heine è l'età presente. V'è qualche cosa che muore attorno a noi; tu lo senti!

Ma queste ragioni non lo persuadevano. Egli ha anche adesso un'idea fissa. Si sente soffocare nell'espansione delle sue forze e ne dà la colpa alla borghesia.

No, ragazzo — io gli ho detto anche — la borghesia non ci ha maggior colpa di quello che ne abbia una sagoma di legno che il bimbo percuote perchè ci è andato ad urtar contro con la testa. Un poeta antico lasciò detto che le cose hanno la loro melanconia. Bene: credi che anche le cose hanno la loro fatalità, e gli uomini formano le cose e nessuno in particolare come nessuna classe di gente ci ha colpa se le cose sono così.

La società ti farà l'elemosina, se la chiedi. Ma se persisti a far della grande arte, non ti dirà nè meno un bravo. Esiste un'economia inesorabile ed una logica spietata contro coloro che si ostinano in una funzione di cui gli uomini e i tempi più non sentono il bisogno. Tu ne ignori la cagione ma ne devi riconoscere l'effetto dall'odio implacabile fra le tue tasche e il più straccio bigliettino da una lira.