Il nero palazzo che rinchiudeva mia madre si disegnò per l'ultima volta sull'alto del colle: i cipressi si profilarono per lungo tratto di via come buoni soldati che rendono il loro saluto ultimo ai vinti!
Però mentre attendevo il treno, Beppo mi si accostò che tremava tutto, e disse con voce di chi però ha preso una risoluzione:
— Vostra Signoria mi può dare due schiaffi, ma io per obbligo di coscienza bisogna che le dica una cosa.
Capii quello che voleva dire; mi sentii venir freddo, ma non ebbi il coraggio di prevenirlo. Forse voleva parlare di un'altra cosa. Dissi di esporre sicuramente, ed egli allora parlò così:
— Ecco, signor conte, bisognerebbe che lei spendesse un po' meno, perchè proprio la signora contessa d'ora in avanti non le potrà, intenda bene, non potrà mandare tutto quello che le manda; e poi ha anche bisogno di curarsi la salute; e perchè si vede che la Madonna la grazia non la vuol fare, così bisognerà chiamare anche i medici....
E dette queste parole non si ricompose, ma rimase nell'attitudine con cui le aveva pronunciate, e le mandibole, prive di denti, biasciavano forte per vincere il pianto.
Io veramente non ricordo quello che gli risposi; mi ricordo però che mi confusi, che arrossii, e che in fine lo ebbi rassicurato che la mamma non mi avrebbe dovuto mandare più niente per il tempo avvenire.
Allora Beppo mi domandò perdono e mi volle baciare la mano ad ogni costo. Borbottava con gran devozione:
— Come suo padre buon'anima, e come la signora contessa! Che il Signore gli dia fortuna!
Quando arrivò il treno, volle mettere lui la valigia su la reticella, e sul cuscino lo sciallo e un mazzo delle rose; e lo vedo fermo, mentre il treno era in moto, con la tuba in mano, i capelli bianchi, tutto chiuso in quella livrea di antichi tempi. Anche il vecchio servo rendeva l'ultimo saluto all'ultimo gentiluomo del mio casato.