Il movimento del treno produsse su di me un effetto di benessere: l'oppressione in cui mi avevano piombato le parole di Beppo, si fece lieve e poi si alzò del tutto, come si alzano i fili del telegrafo quando si corre a tutto vapore, che pare vadano su, sopra il cielo: inoltre la macchina andava avanti sul piano di neve come una persona energica che sa quello che vuole, e ciò, non so perchè, mi faceva piacere; tanto più che mi allontanava da quella mia casa melanconica. E come all'aprirsi di un velario, rivedevo il salotto della marchesa B***, così caldo, così imbottito, dove ci si consumavano le lunghe sere, e desideravo di ritornarci anche perchè aveva sofferto molto freddo a casa mia; pensavo poi al club, al teatro, al salottino di donna C***, che profumava di verbena e di tepide viole di serra; e quivi ci si accoglieva indugiando sul vespero, ed ella, la gentilissima, ci mesceva e porgeva la calda bevanda d'oriente: tutti ricordi tepidi ed indolenti. Poi veniva il campo delle corse, i più intimi ritrovi, gli spassi, gli svaghi, fra cui aveva passato dieci anni senza accorgermene, come senza vizi e senza passioni, nel modo stesso che le ore della notte fuggono inavvertite fra i vani e lieti conversari delle veglie invernali.
Era dolce il ripensarvi, dolce come un riposo di carovana sotto i palmizi e presso le fredde fontane. Ma poi le parole di Beppo che si erano allontanate dalla memoria, ritornavano di un tratto e mi attanagliavano come artigli di avvoltoio, producendomi un senso di strano dolore, giacchè io non aveva il coraggio di guardare in faccia la realtà; e quelle parole mi vi costringevano mio malgrado, che non poteva dare un crollo per liberarmene.
Il treno aveva un bell'allontanarsi, un bel fuggire; ma la mia casa rimaneva sempre lassù, deserta e trista, e la mia madre, anche senza che io ci pensassi, si aggirava per quelle stanze oramai nude e fredde, e parlava di me con tutte quelle cose mute. Povera donna! E insensibilmente cominciai a piangere con una gran pietà per lei e per me.
Una decisione mi si imponeva per forza; ma ciò che mi turbava e mi sconvolgeva era che dovevo essere io, proprio io, a decidere di me; e vedere quella macchina che andava così diritta e così sicura! Ah, potere aver la volontà e la forza di quella macchina!
Giunsi a F***. Mi chiusi in me, nel mio appartamentino e cominciai a meditare sul da farsi.
Gli stenti e le privazioni di una vita di lavoro non tanto mi impaurivano, quanto il pensiero di dovere contendere e combattere di accortezza e di forza con gli uomini. Fino allora io ne aveva evitato il contatto e la mia gioventù era corsa senza scosse, come un olio. Questo pensiero di dovere venire a tu per tu con gli uomini che lottano per la vita, mi faceva paura, e l'averne paura mi diceva come per iscritto a grandi caratteri tutta la mia debolezza. Avevo paura, e provavo l'impressione di uno che ha viaggiato, sognando, tutto il giorno in un vagone a letto. Ma quando è venuta la sera, presso gole e picchi di montagne, il treno si ferma di botto, il conduttore apre lo sportello e dice:
— Signore, qui dovete scendere.
Egli scende; nè a pena è sceso che il treno fischia e fugge scivolando su le rotaie; egli rimane solo, sgomentato, con la notte che lo ravvolge, con le montagne che gli fanno vertigine sopra la testa.
Avrei potuto rivolgermi ai parenti ed agli amici per consiglio e per aiuto; ma una timidezza ineffabile di confessare la mia disgrazia, timidezza che io allora nobilitai col nome di giusto orgoglio, mi chiuse questa via che avrebbe pur condotto a buon fine. Avrei potuto, ed era dovere, esaminare sino a qual segno si estendesse la ruina del mio patrimonio e rimediarvi se era cosa possibile. Ma sia che avessi paura di conoscere lo sfacelo completo, sia piuttosto che mi sgomentasse l'idea di dovere fare atti di volontà e di accortezza contro usurai, creditori ipotecari, possessori di cambiali, imbroglioni d'ogni maniera, fatto è che non ci pensai nè meno. Era un grumo di vermi enormi che si divoravano ogni mio avere, ed io sentivo schifo di mettervi le mani dentro.
Scelsi una via di mezzo, cioè scrissi ad un mio amico che stava a Roma, esponendogli ogni cosa e pregandolo a trovarmi un ufficio che mi desse da vivere. Era costui un giovane pieno di carattere e di bontà, che aveva il merito di essersi fatto tutto da sè, perchè era figlio di povera gente, e ci eravamo conosciuti all'Università. Egli più alto, più forte di me, mi si era affezionato molto e di cuore; una di quelle affezioni un po' morbose che nascono su la prima giovanezza; e fu certo per la memoria di questa intimità che mi rivolsi a lui prima che ad altri, benchè da qualche tempo ci fossimo perduti di vista.