Questo abbandono in cui eravamo lasciati, contribuì non poco a farmi perdere ogni speranza di vita diversa e migliore; così che nel tempo che le rondini con molto garrire lasciavano i cornicioni del palazzo per le solatie terre d'oltremare, lasciai io pure la mia casa, e ritornai laggiù, fra quei scolaretti.
Ripresi la vita dell'anno prima, e il direttore mostrò di rivedermi con piacere.
Egli era allora tutto intento a compilare certi commenti latini ed io lo coadiuvavo ricercando nei lessici e ne le grammatiche.
— Queste ricerche le riusciranno di infinito vantaggio — ripeteva ogni tanto.
— Eh — interrompeva la signora che lavorava al tavolo appresso, e si trovava costretta per ore ed ore ad un silenzio assoluto — bisognerebbe mettere sul libro anche il nome di lui....
Egli sorrideva e poi diceva come sorgesse a galla dal fondo della latinità in cui era immerso: — Invero tu hai ragione, e certo il prossimo commento, se l'editore me ne vorrà affidare uno, porterà il nome mio ed eziandio quello di questo valoroso collega.
Io mi profondeva in ringraziamenti ed egli ricadeva, o meglio, tutti e due ricadevamo ne la più profonda latinità lasciando la signora lavorare all'uncinetto presso la sua lampadina a petrolio. Molte volte si oltrepassava la mezzanotte in tali studi e si finiva col prendere una piccola tazza di ponce che la signora preparava con liquori che erano un suo segreto; e il borbottare del pentolino a spirito dava il segnale che bisognava chiudere i libri e mettere in assetto le schede.
— In questi paesi non se lo sognano nè meno un ponce fatto così — diceva la signora mescendoci —; ma noi pigliamo il buono dove si trova. È vero che è fatto bene? È una mia specialità.
Rincasando, pensavo a qualche regola di filologia, alla scuola; e nell'assenza di altri pensieri, gustavo come una soddisfazione e una consapevolezza di me medesimo che non avea mai provato per l'addietro.
Così trascorse tutto l'autunno e tutto l'inverno che io non me ne avvidi nè pure.