Mi era inoltre affezionato a tante piccole cose che mi rendevano piena la vita: ad esempio la mia stanza d'affitto era per me un piccolo mondo: il letto, gli abiti bene spazzolati su la sedia, le scarpe messe in fila, i libri, i fogli, le carte disposte con simmetria, i lapis allineati secondo le lunghezze: abitudini d'ordine e di pulizia a cui attendeva con una scrupolosità singolare; e mi pareva di non star bene se non sapeva che tutto era a posto, tutto spolverato, tutto in assetto. Le mie relazioni non si estendevano oltre quelle della scuola; ed ogni mio svago consisteva in quella oretta che passavo la sera alla trattoria dove ci trovavamo in cinque o sei impiegati a pranzare: tutta brava gente, di gusti semplici, senza pretese e senza desideri. Finito il desinare, essi sparecchiavano e facevano la partita, ed io andava a casa a studiare.
La mia vita passata, la mia casa, mia madre stessa si allontanavano a poco a poco dalla memoria insensibilmente come cose vaghe e sfumate.
Quando ricevevo lettere dalla mamma, sentivo come un sussulto per il timore di apprendere qualche cattivo annunzio di malattia o di sventura che mi obbligasse a partire ed interrompere quella mia vita. Ma lei stava bene, lei era contenta di me ed io non ci pensava più e non domandava altro.
La primavera è precoce laggiù: viene l'aprile; i monti si coprono di fresca verdura, le paranze prendono il largo per tutto l'azzurro del mare, e gli aranci e i cedri aprono i loro fiori e tutta l'aria è profumata.
Mi sta alla mente una mattina di Pasqua fiorita: gli scolari avevano avute le vacanze, e ritenuti dall'alto sguardo del direttore, uscivano da una scaletta aperta, in doppia fila, mal contenendo l'entusiasmo per i giorni di svago e di libertà che si ripromettevano.
Rimanemmo io e lui sull'alto del ripiano della scala; i giovanetti, già fuori dal cortile, si spargevano qua e là per la via rumorosamente.
Egli li seguì un istante; poi spianò il supercilio e mi disse sorridendo:
— Noi periremo, ma l'opera nostra rimarrà. Questa è la nostra gloria! — e additava i giovani — questa l'opera nostra più meritevole e veramente eterna! Quando noi insegnamo, non dimentichiamo mai che la patria e l'avvenire ci guardano.
Egli pronunciò queste parole con voce piana; eppure esse fecero su di me una grande impressione, e mi colse come un brivido di entusiasmo. Questo forse avvenne anche perchè ne l'aria spirava non so quale larga serenità di cose e di natura trionfanti sotto il sole, e i fiori degli aranci profumavano all'intorno.
Quell'uomo semplice, quell'esistenza ignorata di pedagogo mi si ingrandì con proporzioni eroiche, e quelle parole mi germinarono ne la mente come una rivelazione di un sentimento che io pure aveva indistinto ne l'anima, ma di cui non aveva sino allora saputo rendermi conto.