— È proprio così — io concludeva. — Che cosa c'è ne la vita di vero, di serio? Tutto è vanità; solo ne lo studio della sapienza, solo ne le pratiche del bene sta il segreto della vita.

E da allora io cominciai a portare in giro con me questa idea, e anche nel silenzio della mia stanza, ne la solitudine del letto ci pensavo su e ci costruivo di gran cose.

Ma io vi dico in verità che quando a un uomo è entrata nel cervello troppo piccolo la semente di un'idea troppo grande, ed egli va solo, solo con quell'idea camminando qua e là, ore ed ore, e comincia a fuggir la gente come un cane ramingo; voi ben potete allora scommettere novanta su cento che l'infelice è entrato nel treno direttissimo che conduce al paese della pazzia.

A me accadde così press'a poco, perchè da allora mi chiusi sempre più in me stesso nutrendomi di questi miei pensieri.

E come era solitario e poco esperto degli uomini, come il tumulto e il fragore della vita presente non lo sentivo; così il divenire del mondo mi si presentava in forma di una facciata bianca dove era facile scriverci ciò che io voleva; e io ci scriveva le massime più sublimi degli antichi filosofi; dei quali filosofi, eroi, profeti vedeva popolato tutto il mondo antico, come se gli altri uomini e le altre cose non fossero esistiti nè meno. Ed empiendo il libro del futuro di queste sentenze e di questa virtù, provava il piacere puerile che deve provare un povero disperato il quale scrive su dei pezzi di carta straccia: «Buono da cento lire», «buono da mille», «vaglia di un milione presso la Banca d'Italia», e si immagina che quei fogli si mutino in tanti bei scudi sonanti, in banconote, pioventi ne la sua stamberga fitte come falde di neve.

E, si sa bene, le idee germogliano come le gramigne, e a me venne la fissazione che per riuscire a questo buon fine bisognava cominciare col diventare esempi di virtù essi stessi; quindi volere fortemente, vincere le passioni, purificarsi e purificare.

Quando principiarono le vacanze dell'autunno, stabilii di non andare a casa, perchè mi pareva che quel muovermi, quel rivedere mia madre, quell'espormi all'affetto di lei, sarebbe stato come un rompere l'atmosfera di virtù che io andava fabbricandomi d'intorno, come il baco fa del suo bozzolo.

Andai invece a Napoli, dove vivevo tutto il giorno in una biblioteca, e la notte in una stanzetta d'albergo di quarto ordine. La colazione consisteva in un panino che mi mettevo in tasca e che sbocconcellava piano piano in biblioteca; il pranzo in ciò che all'oste piaceva di darmi, chè io non me ne sarei accorto lo stesso di quello che c'era nel piatto.

La prima intenzione (e il direttore stesso mi vi aveva consigliato) era stata quella di studiare le discipline filologiche e procurarmi poi un titolo accademico; ma a poco a poco la mente divagò dal primo proposito e fu come assorbita dalla solitudine di quella delirante idealità che a me pareva sapienza; da una malinconia stoica ed austera che a me pareva visione di verità.

Anzi quelle quisquilie linguistiche, in cui sino allora io mi era riposato, diventarono povera cosa o per lo meno semplice istrumento a fine più vero e maggiore.