— La tua cuccia è là — dissi, e la presi sgarbatamente per il collo e la misi in un angolo. — Giù e buona! — conclusi minacciandola.

La poverina tremava tutta, ma non osava di muoversi; tentava solo con l'allungare il collo di lambirmi le mani.

Tornai a letto, ma non potei prendere più sonno. Mi venivano in mente tutte le obbiezioni che avrebbe fatto la padrona di casa: una donna così meticolosa! E poi che ne avrei fatto di quella bestiola? condurmela dietro con la cordellina? e la gente non avrebbe riso? e a darle da mangiare chi ci avrebbe pensato? Insomma scombussolava tutta la mia esistenza, sconvolgeva tutte le mie abitudini. Avrei pagato qualche cosa per averla lasciata dove era. Domani me ne disfarò. Questa fu la conclusione e allora potei dormire.

Al mattino, un largo raggio di sole oriente mi svegliò prima del tempo. Per l'affare della cagna mi ero dimenticato di chiudere la finestra. Era presto; e nessuna delle note voci mattutine, nessuna sonagliera di capra si udiva; e in quel silenzio, in quella lucentezza di sole mi sorpresero i ritratti dei santi e delle sante appesi alle pareti. Curiosa! non me n'ero mai accorto che fossero tanti e così brutti! Perchè brutti erano davvero, e senza idealità come tutti i santi napoletani: oleografie di paltonieri in cocolla e di megere affette da pinguedine gialla in soggolo. V'era poi sul comò un Bambino Gesù di cera, grosso quasi al naturale, sprofondato ne la bambagia, che ne l'intenzione dell'autore doveva ridere di celeste beatitudine e invece piangeva come un marmocchio ringhioso. Pareva fatto di salcicciotti tanto era pingue anche lui! Tutti convergevano gli occhi verso di me obliquamente come a domandarsi l'un l'altro con ira e sospetto: Che ci fa qui codesto intruso? Lo sapete voi che ci fa, S. Francesco? Io non saccio! pareva rispondesse una S. Teresa con la faccia tinta di bile per indicarne l'ascetismo. Non vedete che il bambino santo ne piange? fremeva un S. Domenico con gli occhi spiritati da accendere da essi soli i roghi. Vattene ai paesi tuoi! Vattene! borbottava il santo protettore della città, che era un vescovo effigiato in gesso con una barba nera e tonda di brigante ben nutrito. E se non fosse stato gravato dal piviale e dalla mitria che lo insaccava sino alla nuca, si sarebbe mosso e mi avrebbe scacciato a colpi di pastorale.

Io cercavo di persuaderli umilmente che da un anno e mezzo era con loro, che mi dovevano riconoscere per un buon figliuolo, che dovremmo vivere in buon accordo; ma tutte queste ragioni non piegavano il loro sguardo stupido e feroce. «Tu per noi sei un intruso, vattene ai paesi tuoi!» dicevano in coro.

Mi distolse da quella contemplazione un raspìo alla porta.

— Che cosa è? — domandai a me stesso. Poi mi sovvenni della cagna e provai un rincrescimento disgustoso. — Avanti! — dissi a voce forte; e allora subito la porta si aprì un pochino, piano piano, e la cagnolina entrò sbadigliando con confidenza come volesse dire: io ho dormito benissimo, caro amico, e tu come stai? Si fissò contro il letto, con gli occhi intenti quasi attendesse un mio cenno per montarvi su, la qual cosa io ne la mia volontà non avrei mai permesso; eppure quella sua fissazione intenta ebbe per effetto che acconsentissi. Fu su d'un balzo e mi si buttò sopra con una tale frenesia che non sapea come impedire e come liberarmene.

— Ma via! ma buona! ma giù!

E la bestiola a lambirmi, saltar da un lato, dall'altro pazzamente, gemendo, e con gli occhi nuotanti ne le lagrime che parea piangesse dalla commozione.

— Adesso come si fa a sbarazzarsene? — rimuginavo con gran rincrescimento.