La cagna si era fermata ne le sue scorribande, io rimanevo pensoso. Intanto un rumore allegro di voci si udiva giù ne la strada: erano gli scolari che attendevano che si aprisse il cancello del ginnasio. La mia finestra dava proprio sopra la scuola. Mi riscossi, presi il cappello, ma poi vedendo quegli occhi supplichevoli che mi guardavano: — No — dissi con un'affettuosità che mi sorprese —, non ti abbandonerò, non ti scaccerò.
E uscii. Ma appena fui su la strada un abbaiamento intenso, acuto, continuo mi percosse e tutti gli scolari si volsero in su a vedere. Era la cagna che si era sporta fra i ferri del balcone e mi aveva riconosciuto. Faceva degli sforzi per buttarsi in fuori che io tremava che cadesse giù; ma mi pareva di venir meno alla mia dignità di maestro voltandomi e facendole cenno, tanto più che sentiva un mormorio di voci presso di me:
— La cagna del professore.
Queste due parole accoppiate mi suonarono come uno scherno, e quel giorno, per la prima volta, le ore della lezione mi parvero lunghe.
Quando tornai di scuola c'era su l'uscio della mia stanza la figlia della padrona di casa. Come mi vide, diede in una grassa risata che non la finiva mai.
Era costei una zitella ventenne che se non fosse stata pingue e sudicia più del giusto, avrebbe potuto diventar piacevole con l'abitudine, e si sarebbe potuto anche passar sopra un lieve difetto che avea di strabismo.
Dunque ella rideva, e quando cessò, disse con la sua voce che avea flautata e pastosa:
— Lo sapete voi? Quella bestia (e indicava la cagna che se ne stava in un angolo tutta mortificata) vi mangerà metà del mensile. Sapete che ha vuotato una scodella grossa, piena di pane con due soldi di latte?
La facezia, in verità, non era delle più felici; ma io per cortesia mi credetti in dovere di sorridere.
Ella allora interpretò il sorriso come un incoraggiamento, e accostatasi a me piegò il capo da un lato ed abbozzando una smorfietta che non era priva di grazia, domandò.