Da allora si fece vita in comune, e non tanto per mia volontà quanto perchè quella bestiola non c'era verso che mi si volesse staccare dai panni.
Sembrerà che io racconti una cosa strana; ma certo quella cagna avea sconvolto l'equilibrio della mia esistenza. Ecco: se i miei conoscenti le avessero fatto un po' di festa, se avessero detto che era bellina, che era graziosa; e se lei mi avesse lasciato in pace con tutte quelle dimostrazioni di affetto, non me ne sarei forse accorto del mutamento. Ma invece tutti mi fermavano per la via e mi dicevano in tono canzonatorio:
— Professore? ih, che brutta bestia avete preso voi; è bastarda, sapete! — oppure: — Professore, avete passione pei cani? ma questa vi fa torto. Quando vi decidete voi a mandarla alla concia? Gli scolari poi si fermavano dietro a guardarmi dopo ch'io era passato.
Tutto ciò mi disgustava; ma più che tutto mi impacciava, perchè era ferito ne la mia timidezza, e non sapeva quale contegno tenere.
Una volta, mentre attraversavo il corso di sfuggita, vidi molti occhi rivolti con insistenza su di me, e su le labbra errare un sorriso che mi parve di scherno. Abbassai il capo e arrossii. «Che sia forse ridicolo?» e questo pensiero mi balenò all'improvviso e mi disfece nell'animo. Io che mi credeva così rispettabile agli occhi di tutti per la mia vita savia e per l'adempimento de' miei doveri!
Un'altra volta ci fu un mio conoscente che si permise di misurarle un calcio, che la poverina schivò rannicchiandosi tutta di scarto dietro di me.
Ricordo che dentro nell'animo fremetti, eppure non ebbi lo spirito di prendere la cosa in ischerzo e nè meno la forza di reagire contro l'atto villano. Rimasi lì confuso e anzi risposi: «che volete? è una bestiaccia che non so come sbarazzarmene».
Dopo ci pensai e riconobbi di avere agito e parlato da persona debole e timorosa. Questo pensiero mi feriva come il ricordo di una viltà e non lo potevo staccare dalla mente.
Ma quando si usciva fuori dell'abitato, per le viuzze dove c'era un po' di sole, lei si faceva più vispa, salterellava avanti scodinzolando; e volgendosi a me sembrava dire con quelle sue pupille umide e intente: — Poveretto, che ci vuoi fare? siamo due poveri diavoli, io e tu: non è vero?
Però anche quella villania e quelle volgarità verso di lei mi facevano male; e ci dava più importanza che non meritassero: e infine cominciai a pensarci su.