Un giorno mi persuasi anch'io che la cagnolina era poco bella: povera bestiola!
Ecco come fu: in fondo del corso v'era un negozio di mode con un gran cristallo a specchio su lo sporto che ci si vedeva da capo a' piedi.
Ci era passato davanti chi sa quante volte senza badarci; ma quel giorno l'occhio si fissò sull'immagine riflessa in quel vetro e vi si arrestò. Il vetro pareva sdegnoso di rifletterci; dico così perchè eravamo in due: io e la cagna. Lei era, come il solito, col muso appuntato ai miei polpacci; piccola, alta a pena due spanne, la testa bassa, la coda penzoloni fra quelle gambe di dietro, aduste e macilenti che salivano tanto alte da tagliare come in due la schiena; e ci si contavano le costole.
Ma il peggio fu quando m'avvidi che quel non so che di vecchio, di misero, di spregevole si rifletteva anche su me: anche la mia schiena mi pareva curva, anch'io era macilento; l'occhio spaurito e melanconico, la barba incolta e come senza colore.
Ma dove era fuggita la mia giovinezza?
La giovinezza è una ben strana e misteriosa compagna! Ci pare che essa debba sempre vivere con noi come una sposa fedele; e invece a un certo punto della vita si parte in silenzio come un'adultera che si leva dal letto mentre dormiamo e corre a più gagliardi amori; e non c'è manifesto dell'abbandono se non quando essa è irrimediabilmente divisa da noi e ne udiamo presso altri il lungo, indimenticabile riso.
Un'altra volta era di domenica, l'ora della messa e c'era un bel sole; uno di quei soli folgoranti come sono laggiù nel meridionale, specie quando sta per tornare il buon tempo.
Dinanzi alla più aristocratica bottega da barbiere stava un crocchio di giovanotti, i più eleganti del paese: occhieggiavano le donne ed i passanti e poi conversavano fra loro; e movendosi facevano un gran luccicare di scarpe di vernice, di colletti alti e di catenelle. Frammisti erano anche due o tre scolari del ginnasio (laggiù sono molto precoci) di quelli che più si davano il tono di giovanotti.
Passai io, e tutti gli sguardi si puntarono su di me con un'impertinente insistenza, squadrandomi da capo a piedi. Gli scolari si toccarono a pena l'ala del cappello, gli altri non si mossero nè meno: e subito che fui passato mi colpì come una voce di scherno: — il professore e la sua cagna! — detta in quello sguajato accento napoletano che è di per sè stesso un oltraggio. Poi udii un'altra parola che terminava in ai, che non capii; ma tutti si misero a ridere.
Mi sentii un gran caldo alle orecchie ed un tuffo al cuore. Diventai feroce contro coloro ma più contro di me e contro quella mia bestia; feroce al punto che alzai la gamba per iscagliarle un calcio. Essa intravvide l'atto, si scansò e mi fissò sorpresa. Pareva dire: — contro di me? va contro quegl'altri!