Questo però non vuol dire che io riacquistassi la pace di prima: anzi mi sentiva le cose, le occupazioni, gli uomini pesarmi e stringere da ogni parte. Provai a riconfortarmi ne' miei studi prediletti, ma non ci riuscii. Ore ed ore, prima, io le passavo ne la mia stanzetta a leggere e meditare sopra un capitolo di S. Matteo, un'epistola di S. Paolo, un dialogo di Platone. Il mondo mi si allargava in paesaggi senza confine, e vi pioveva una gran luce e una gran dolcezza.
Ma allora, per quanto mi ci provassi, non riuscivo più a rinnovare quello stato di estasi nel pensiero. Un giorno deponendo sul tavolo un volume di Platone, domandai: Vediamo un po'; se Socrate di cui tanti hanno scritto in tutti i secoli, tornasse ancora al mondo, che cosa ne farebbero di lui? lui che aveva la fissazione di voler far diventare gli uomini belli e buoni, e non lasciava in pace nessuno e si appiccicava ad ogni persona e ragionava dalla mattina alla sera, ed era noioso come un moscone! Ma gli tornerebbero a dare il veleno un'altra volta! Ecco una cosa di cui non si può dubitare.
Anche la scuola che era stata un caro asilo di pace, non mi dava più alcun conforto, anzi ne provavo un tedio invincibile al punto che la parola finiva con lo svanire dalle labbra come l'idea dal cervello. Molti sono i patimenti dell'anima; ma uno dei maggiori deve essere quello del sacerdote che si accosta all'altare dopo che ha perduto la fede.
Tutti quei personaggi greci e romani così insigni per virtù patrie e civili e per grande sapienza, come Catone Uticense, Tiberio Gracco, Aristide, Fabio Massimo e tanti altri, io non era più capace, come una volta, di rappresentarli alla mente dei miei scolaretti ne le loro proporzioni grandiose ed eroiche. Mi ci entusiasmavo tanto, un tempo! Ma essi allora si rimpicciolivano a poco a poco come quando dopo avere con gran forza gonfiata una palla di gomma, essa invincibilmente riprende la forma di prima. Si rimpicciolivano: anzi diventavano goffi, proprio come li rappresentano gli scolari ne la loro fantasia sui quaderni o correggendo le vignette intercalate nei testi. A Cesare aggiungono la barba; sul venerabile capo di Socrate innalzano un kolback borbonico; ad Attilio Regolo inforcano gli occhiali e lo armano di rivoltella a percussione centrale e di un vetterly, ultimo modello, perchè si difenda dai feroci cartaginesi: vecchi fantocci di eroi che, ne le scuole, si mettono da parte ogni anno al finire delle lezioni e si riprendono ancora più polverosi e più grotteschi di prima, nel modo stesso che lo stanco burattinaio appende alle quinte, quando è finita la farsa, i suoi terribili testa di legno per distaccarli ancora la sera seguente. La fame ha pur le sue leggi.
E poi anche quel vecchio latino mi era venuto in uggia: quel latino disseccato ne le scuole con tutte quelle sentenze di virtù, di amor patrio, di eroismo, di temperanza; sentenze mummificate nei libri di testo, sotto l'azione pedantesca delle chiose che vi fanno quei poveri compilatori mezzo rosi dalla miseria e mezzo dalla presunzione!
O antico mondo romano, come ci tormenti con la tua materialità, mentre l'idea della tua vita forte e serena è così lontana da noi!
E voi pure, deità pagane, o Venere, o Galatea, bianca come il latte, o Febo Apolline, o Bacco cinto di pampini e d'edera, a cui gli scolaretti aggiungono tuba e stiphelius, non avevate altro rifugio che queste scuole? In fondo ai mari, su fra i monti inaccessibili, nell'aere sereno, ne le terre inesplorate non trovaste più stanza o luogo ove godere della vostra fragrante gioventù? ovvero il tedio e la decrepitezza dei secoli fatali è caduta anche sopra di voi? o il ferreo carro del progresso vi ha snidato da ogni selva e da ogni fonte?
E pensare che io un tempo aveva tanta fede in voi, antichi segni di verità, e che insegnavo con tanta passione che quella dozzina di scolaretti mi stavano ad udire a bocca aperta e facevano tutto quello che io avessi ordinato!
Ma allora, ripeto, la voce mi moriva, e stavo lungo tempo in silenzio come chi è smemorato; e, in fine, riscosso dal bisbiglio degli scolari, riprendeva stanco la spiegazione di qualche regola. Gli scolari! fisonomie ingenue, occhi soavi di adolescenti che venivano alla scuola come sorpresi e un po' paurosi a' nuovi studi. Ed io posavo la mia mano e le accarezzavo pure quelle testoline bionde e brune; ed essi pendevano dalle mie labbra: mi compiacevo di vederli così docili, così piccini, così graziosi col loro giubboncino alla marinaia, i calzoncini corti, le manine coi geloni, fredde fredde, l'inverno: poveri e cari bimbi! Ma voi passate in un volger d'anni, voi non vi ricordate più! Diventate giovani in così breve tempo! Altre cure di piaceri o di eleganze o di studi maggiori vi distraggono nell'incosciente spensieratezza degli anni, e non lo salutate nè meno più il vostro primo maestro di cui avevate allora tanto rispetto e che ha sacrificato a voi tutta la gioventù che egli pure come voi aveva.
O come scende anzi tempo la vecchiezza e la tristizia nell'animo quando si vede la fanciullezza tramutarsi in gioventù, sotto i vostri occhi, di anno in anno e fuggir via spensierata. Ma voi non li potete accompagnare, voi rimanete sempre lì fra quei banchi rosi da molte generazioni di tarli e di scolari; in quella scuola semibuia dove il ritratto del re guarda sempre con quei suoi occhi fissi di falco, e sotto v'è un povero Cristo inchiodato ad una crocetta, con la testa china in atto di grande abbandono.