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Dunque la cagnolina era smarrita da un mese: io non ci pensavo più.
Un giorno — era un cheto meriggio — mentre spiegavo agli scolari alcune regole, la porta della scuola si aperse un pochino e una cosa nera corse fra le due file dei banchi, gemendo con suono umano: era la cagna. Balzò su la cattedra, mi si buttò addosso lambendomi, contorcendosi. Vi fu un istante di silenzio e di sorpresa, poi scoppiò un riso solo, alto, argentino, irrefrenabile.
— Patirai! Patirai! — gridavano l'uno e l'altro — la cagna del professore!
Non stavano più fermi, si erano levati in piedi, alzavano le braccia, singhiozzavano dal ridere: una cosa atroce! Allora la cagna si voltò verso di loro e tendendo il collo rabbiosamente, cominciò ad abbaiare contro con un urlo angoscioso e feroce.
Era magra più di prima, avea tutto il pelo irto, ispido, sucido di polvere e di pillacchere. Ma a quell'urlo più cresceva il riso degli scolari e il vocìo di Patirai! Patirai!
Che cosa feci io? Nulla: mi sentivo un gran rossore in faccia e le tempie mi martellavano.
Quanto durò quella scena? Non ricordo. So che la porta si spalancò del tutto e comparve il bidello e dietro lui la figura nera, sorpresa e disgustata del direttore: il quale non entrò, non disse nulla, ma fece un cenno al bidello. Questi allora entrò e senza far parola prese a forza la bestia e la portò via e poi chiuse la porta.
Allora le risa si calmarono a poco a poco e il rossore lentamente sparve dalle mie guance; anzi diventai pallido, ma il cuore mi batteva.
Poco dopo rientrò il bidello in punta di piedi; mi si accostò riguardosamente, e con grande serietà mi disse all'orecchio: — Che cosa ne devo fare di quella bestia? gliela devo portare a casa?