Fu il vice pretore che parlò allora e con certa serietà:
— In tutte le esagerazioni che avete detto, mio caro, c'è in fondo, molto in fondo, qualche cosa di vero, e che fa grande onore al vostro modo di sentire, e si vede che avete un cuore gentile....
— Sì, va bene — interruppe un altro —, ma è tanto che si sanno queste cose: homo homini lupus lo dicevano anche gli antichi; voi però notate che se uno si fissa sul serio in queste idee, non fa più niente e rischia di diventar matto....
— Questo può esser vero — risposi io, — ma si deve andare avanti così?
— C'è un rimedio — sentenziò il vice pretore ridendo.
— Sentiamo, sentiamo il rimedio; fuori il rimedio! — disse più d'uno.
— Ecco — e l'omino del vice pretore allargò le dita, si puntò il pollice sul petto, e volgendosi verso di me con voce di compatimento, come di uno che fa lezione, disse: — Fatevi crescere, amico mio, su la coscienza un bel palmo di pelo nero e duro, e non sentirete nè queste punture nè altre più gravi. È un empiastro che non falla come quelli dei medici.
Tutti si misero a ridere, perchè in fondo il brav'uomo mi dava il solo consiglio che si potesse in simili casi; e se in quel riso generale v'era una punta di scherno per me, potevo dire di meritarmela.
— Voi stassera — mi disse il cuoco — avete voglia di scherzare, eh? — e ritornò lentamente in cucina.
A poco a poco la conversazione per fortuna divagò su di un altro tema; poi portarono le carte, i litri di vino, ed io presi un giornale. Ma i caratteri mi ballavano sotto gli occhi e non potevo fare a meno di pensare a quella povera bestiola ed agli scolari che l'avevano così martoriata.